Diete low carb (iperproteiche): sono più efficaci delle diete standard?

Dopo la moda delle diete low-fat, high-carb (ad alto tenore di carboidrati e a basso tenore di grassi) prevalenti negli anni 80, oggi è il momento delle diete low carb: la maggior parte dei regimi dietetici noti al pubblico, come la dieta Dukan, la dieta Atkins o la dieta Paleo, infatti, prevedono una forte riduzione o addirittura una eliminazione dei carboidrati, a cominciare dai cosiddetti “carboidrati complessi”, ovvero i cereali e i legumi.

Si tratta di un tipo di alimentazione fortemente diversa dalla dieta mediterranea: alimenti comunemente considerati salutari come i legumi e i cereali integrali vengono infatti esclusi dalla dieta in favore di elevate quantità di carne e pesce, con alcune diete che permettono anche un consumo elevato di formaggi. Anche l’assunzione di frutta e verdura è controllata, sia nelle qualità che nella qualità, escludendo i frutti più zuccherini come banane, fichi e anguria. Si tratta di un modello alimentare estremamente diverso da quello a cui siamo abituati, e che talvolta non si configura come regime finalizzato al dimagrimento ma, come nel caso della dieta Paleo, come un nuovo stile di vita da mantenere per sempre: per questi motivi, l’alimentazione low-carb è ancora oggi spesso osteggiata dai dietologi, che preferiscono prescrivere ai loro pazienti un’alimentazione ipocalorica che mantenga le proporzioni tra i nutrienti tipiche della dieta mediterranea.

Pro e contro

I sostenitori delle diete low-carb sostengono che esse permettano di perdere peso velocemente, aumentando così la compliance del paziente, che vede subito risultati concreti; l’alto tenore di proteine consentirebbe inoltre di evitare la perdita di massa magra comune a molte diete. Gli oppositori di questo tipo di alimentazione, invece, sostengono che l’elevato introito di proteine affaticherebbe i reni, predisponendoli a sviluppare patologie, e che l’alto contenuto in grassi saturi porterebbe conseguenze negative per i livelli di colesterolo nel sangue e per la salute delle arterie. Queste obiezioni non sono completamente da sottovalutare: nell’avvicinarsi a un tipo di alimentazione in cui la proporzione dei nutrienti sia diversa da quella precedentemente seguita, bisogna comunque fare attenzione al proprio stato di salute; ad esempio, una dieta iperproteica sarà sicuramente inadatta a una persona che soffra di problemi renali, così come una dieta ricca di frutta, verdura, legumi e cereali integrali potrebbe essere deleteria per chi soffre del morbo di Crohn.

Un approccio scientifico

Così come le diete tradizionali, le diete low-carb sono basate su un approccio scientifico, e nella maggior parte dei casi sono state effettivamente teorizzate da medici: il protocollo Atkins, ad esempio, nasce ad opera del Dr. Robert Atkins per far perdere velocemente peso ai pazienti obesi in vista di un’operazione chirurgica, ed è più volte stato modificato o rivisto nel corso degli anni.

Mentre secondo gli schemi alimentari classici il dimagrimento è dato soltanto dal bilancio energetico del nostro corpo, cioè dal numero di calorie ingerite rispetto a quelle consumate, nelle diete low carb si ha un approccio completamente diverso: non si devono contare le calorie né bisogna pesare gli alimenti, tranne che in pochi casi, ma bisogna badare alla loro qualità, ossia attenersi a una rigida lista di alimenti permessi e proibiti.

Il meccanismo sul quale si basano le diete iperproteiche riguarda la produzione di insulina: dopo l’ingestione di carboidrati, questi vengono digeriti ed entrano nel circolo sanguigno sotto forma di glucosio, stimolando la produzione di insulina, che induce lo stoccaggio del glucosio nel fegato sotto forma di glicogeno e nelle cellule adipose. Quando la glicemia diminuisce, invece, viene prodotto il glucagone, che ha l’effetto opposto: promuove infatti la mobilitazione dei depositi di glicogeno e trigliceridi, immettendoli nel sangue.

Alcune diete low-carb, come ad esempio la fase di induzione della dieta Atkins, vanno ancora oltre causando nell’organismo la chetosi: si tratta di una condizione in cui, in assenza di glucosio, i tessuti dell’organismo si adattano all’utilizzo dei corpi chetonici, che vengono prodotti a partire dagli acidi grassi. La chetosi può essere pericolosa e portare anche alla morte, e deve essere tenuta sotto controllo per i pazienti a rischio come i bambini e i diabetici; se controllata e soltanto per breve tempo, però, può essere un valido alleato nella perdita di peso; le diete in grado di provocare questo effetto vengono infatti dette diete chetogeniche.

Dieta ipocalorica tradizionale vs dieta low-carb: uno studio

Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine nel 2003 ha messo a confronto una dieta low-carb e una tradizionale dieta ipocalorica, considerandone gli effetti sul peso corporeo e su altri parametri come la glicemia, il tasso di colesterolo e quello di lipidi nel sangue. Lo studio ha avuto la durata di un anno, durante il quale i pazienti hanno ricevuto una dieta da seguire (tradizionale ipocalorica o low-carb) e sono stati sottoposti a controlli periodici.

Pazienti coinvolti

Sono state inizialmente selezionate 63 persone, 43 donne e 20 uomini, tutte con un indice di massa corporea superiore a 30, collocandosi dunque nella fascia dell’obesità. Sono stati considerati come criteri di esclusione gravidanza, allattamento, patologie sistemiche come il diabete di tipo 2 e l’uso di farmaci per ridurre i lipidi nel sangue o il peso corporeo. I pazienti sono stati assegnati in modo randomico al gruppo della dieta low-carb, comprendente 33 persone, o a quello della dieta tradizionale, comprendente 30 persone.

Dei 63 pazienti iniziali, al terzo mese ne erano rimasti 49, 28 di quelli sottoposti alla dieta low-carb e 21 di quelli sottoposti alla dieta tradizionale. Al sesto mese, rimanevano 42 soggetti di cui 24 che seguivano la dieta low-carb e 18 che seguivano quella tradizionale. Al termine dello studio, dopo un anno, erano rimasti 37 pazienti di cui 20 nel gruppo low-carb e 17 nel gruppo tradizionale.

Il tasso di abbandono è stato dunque più alto nel gruppo che seguiva la dieta tradizionale (30%, 40% e 43%) rispetto al gruppo che seguiva la dieta low-carb (15%, 27% e 39%). Ciò potrebbe giocare a favore dell’opinione secondo la quale le diete low-carb favoriscano la compliance del paziente, ma sul lungo periodo il tasso di abbandono risulta abbastanza sovrapponibile: a 12 mesi, infatti, abbiamo il 43% contro il 39%. Questo dato può essere spiegato pensando a come, sebbene efficaci sul breve periodo, le diete low-carb richiedano un tipo di alimentazione diversa da quella comunemente seguita nella società, rendendo dunque difficoltosa la vita sociale e i pasti fuori casa.

Dieta seguita

Il gruppo assegnato alla dieta low-carb ha seguito la dieta Atkins nella sua formulazione disponibile nel 2003. I partecipanti sono stati ricevuti da un dietista che ha spiegato loro i principi cardine della dieta, indicato loro come contare i carboidrati e dato delle indicazioni su cosa mangiare. I pazienti hanno inoltre ricevuto una copia del libro del Dr. Atkins con l’istruzione di attenersi strettamente alla dieta descritta nel libro.

Per il gruppo assegnato alla dieta tradizionale sono state formulate delle diete ipocaloriche da 1500 kcal per le donne e 1800 per gli uomini, con la seguente ripartizione dei nutrienti: 60% carboidrati, 25% grassi, 15% proteine. I partecipanti sono stati ricevuti da un dietista che ha spiegato loro i cardini della dieta, indicato loro come contare le calorie e dato delle indicazioni sui cibi da preferire. Anche in questo caso i pazienti hanno ricevuto un libro, The LEARN Program for Weight Management.

Ai partecipanti di entrambi i gruppi è stato inoltre richiesto di prendere un integratore multivitaminico giornaliero (per chi è curioso in casi simili spesso si usano prodotti come Amin 21k o diagran).

Metodo

Il peso dei pazienti, la pressione arteriosa e il livello di chetoni nelle urine sono stati misurati all’inizio dello studio (baseline) e successivamente alle settimane 2, 4, 8, 12, 16, 20, 26, 34, 42, e alla fine dello studio. Gli esami del sangue per determinare la concentrazione di lipoproteine e i test di tolleranza al glucosio sono invece stati effettuati alla fine del terzo, sesto e dodicesimo mese, contestualmente alle visite con il dietista che ha monitorato l’andamento della dieta.

Risultati

  • Peso: la dieta low-carb si dimostra più efficace sul breve periodo (3 e 6 mesi) ma a 12 mesi non vi è una significativa differenza statistica tra le due diete; per entrambe la perdita di peso si assesta intorno al 4% del peso iniziale. Data la dimensione ridotta del campione, tuttavia, si evidenzia come questo risultato possa essere dovuto al riacquisto di peso nel gruppo low-carb, mostrando dunque come la compliance del paziente diminuisca nel tempo.
  • Pressione arteriosa: non vi sono stati cambi significativi della pressione sistolica in nessuno dei due gruppi; in entrambi i gruppi è stata invece evidenziata una diminuzione della pressione diastolica.
  • Tolleranza al glucosio: non è stata evidenziata differenza tra i due gruppi.
  • Lipoproteine nel sangue: l’aumento della concentrazione di HDL (“colesterolo buono”) e la diminuzione della concentrazione di trigliceridi nel sangue sono stati maggiormente significativi nel gruppo low-carb.

Conclusioni

Lo studio dimostra come, sul lungo termine, le diete low-carb e quelle tradizionali siano equivalenti dal punto di vista della perdita del peso. Si tratta di uno dei pochi studi effettuati su un periodo di tempo così lungo; un altro studio pubblicato nello stesso anno sul NEJM, infatti, ottiene risultati diversi ponendo la durata dello studio a 6 mesi: in un lasso di tempo più breve, infatti, la dieta low-carb si dimostra più efficace nel provocare una perdita di peso.

La scelta tra una dieta low-carb e una tradizionale, dunque, dipende non solo dal proprio stato di salute ma anche dai propri obiettivi e dal tempo che si vuole impiegare a raggiungerli; bisogna infatti tenere presente che nei soggetti obesi un dimagrimento rapido non è sempre indicato, in quanto potrebbe portare problemi dovuti a un cedimento della pelle con successiva presenza di lassità cutanee.

 

Fonti:

http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa022207#t=article -> studio della durata di 1 anno, analizzato nell’articolo
http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa022637 -> studio della durata di 6 mesi, solo citato

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