Prosecco: Identikit di un Fenomeno

Il Prosecco è un vino molto popolare nel nord Italia, dove da decenni regna pressoché incontrastato nei bar all’ora dell’aperitivo, quando si gusta da solo o come ingrediente di cocktail freschi e leggeri.

Recentemente è balzato agli onori delle cronache internazionali, perché in Gran Bretagna, nel 2014, ne è stato più venduto dello Champagne.

Spiegarsi questo fenomeno con il solo costo contenuto delle bottiglie italiane sarebbe semplicistico: grazie a una politica di valorizzazione del prodotto e a metodi di produzione più rigorosi, gli standard qualitativi del Prosecco sono cresciuti e, sebbene resti un vino molto diverso da quello francese, sono sempre più numerose le etichette che non devono temere il confronto con esso, in termini di complessità e piacevolezza.

Prosecco: DOC o DOCG?

Secondo il disciplinare, il Prosecco che merita l’appellativo di DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco (che un tempo era denominata “Prosecco di Conegliano Valdobbiadene”) è solo quello prodotto con metodo Charmat, da uve Glera, nei comuni di Conegliano, Cison di Valmarino, Colle Umberto, Farra di Soligo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Refrontolo, San Vendemiano, Susegana, Tarzo, San Pietro di Feletto, Vittorio Veneto, Valdobbiadene e Vidor, tutti in provincia di Treviso.
All’interno della zona della DOCG si distinguono due “cru”: le sottozone “Rive” e “Cartizze”.

Il Prosecco, naturalmente, viene prodotto anche al di fuori dei comuni del trevigiano citati, spesso con i medesimi rispetto della tradizione e dedizione. Praticamente in tutta la fascia pedemontana di Veneto e Friuli-Venezia Giulia, il Prosecco che si imbottiglia merita l’appellativo di DOC.

Un Prosecco senza uve prosecco

Le linee-guida del disciplinare di produzione del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG prevedono l’impiego di almeno l’85% di uve Glera.
Le uve che possono comporre il restante 15% devono rigorosamente appartenere alla medesima zona di origine e produzione, e sono solamente: Bianchetta trevigiana, Glera lunga, Perera and Verdisio.

In virtù di una pratica tradizionale, in questo 15% è in alcuni casi tollerato anche l’impiego di alcune varietà internazionali (Pinot Bianco, Pinot Grigio, Pinot Nero e Chardonnay), purché queste uve siano coltivate all’interno della DOCG.

L’assenza delle uve di varietà Prosecco in un vino che ne porta il nome è presto spiegata: Glera è il nuovo nome con cui la medesima varietà di uve viene chiamata oggi, un nome in uso dal 2009.

Un Prosecco dolce?

All’interno della DOCG esistono diverse varietà di Prosecco, classificate in base al residuo zuccherino (cioè lo zucchero che i lieviti non hanno trasformato in alcol e che rimane, perciò, a conferire dolcezza al vino) presente:

  • Brut: da 0 a 12 grammi di zucchero per litro;
  • Extra dry: da 12 a 17 g/l;
  • Dry: da 17 a 32 g/l (dunque il più dolce).

Inoltre, sebbene il più famoso e diffuso sia il Prosecco spumante, ne esistono altri due tipi, con perlage meno intensi: “frizzante” e “tranquillo”, entrambi abbastanza difficili da reperire al di fuori della zona di produzione.

Prosecco = spritz?

Proprio grazie ai più elevati standard qualitativi ottenuti negli ultimi anni, e per la versatilità conferita da gradi di dolcezza diversi, il Prosecco è stato riscoperto anche come vino da consumare a tutto pasto, abbinato sia ai piatti vagamente amari della tradizione trevigiana, come il radicchio tardivo o gli asparagi, sia a piatti di cucina internazionale, solitamente a base di pesce.

Le note fresche di mela verde, assenti nello Champagne, e i sentori agrumati che sprigiona lo rendono un apprezzato accompagnamento anche per sushi e sashimi; non stupisce, quindi, che si stia imponendo sulle tavole anglosassoni.

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