Dolcificanti artificiali: fanno davvero male?

Dolcificanti artificiali: fanno davvero male?

La storia dei dolcificanti artificiali inizia nel diciannovesimo secolo, quando il chimico tedesco Constantin Fahlberg scopre accidentalmente la saccarina nel suo laboratorio. Il loro primo momento di gloria avviene durante la prima guerra mondiale, durante il razionamento dello zucchero, ma si diffondono su scala mondiale negli anni 50 e 60, pubblicizzati come prodotti per diabetici e persone sottoposte a diete ipocaloriche.

Ciò che rende i dolcificanti artificiali ideali per questo scopo non è l’assenza di calorie, le quali spesso sono analoghe a quelle dello zucchero, ma il loro potere dolcificante enormemente superiore: bastano pochi milligrammi di aspartame, ad esempio, per ottenere la stessa dolcezza di un cucchiaino di zucchero. Attualmente i dolcificanti artificiali più utilizzati sono la saccarina, l’aspartame e l‘acelsufame K; un discorso a parte meritano invece i dolcificanti naturali come la Stevia e il mannitolo, che condividono molte delle caratteristiche dei dolcificanti artificiali ma si trovano spontaneamente in natura.

Nel passato i dolcificanti artificiali sono stati accusati di essere tossici o cancerogeni; tali accuse sono però state smontate negli ultimi anni, e la FDA ha emesso delle linee guida che indicano i limiti massimi di assunzione per i dolcificanti più comuni. Superati i dubbi sulla tossicità, però, sono emerse altre problematiche relative a questo genere di sostanze, ed in particolare la loro correlazione a malattie come diabete, obesità, sindrome metabolica o problemi cardiovascolari. Un esempio è dato dal San Antonio Heart Study, uno studio compiuto tra il 1979 e il 1988 su 5158 residenti adulti della città di San Antonio, in Texas. Questo studio ha messo in relazione la quantità di bevande dolcificate artificialmente assunte dai soggetti con il loro rischio di sviluppare sovrappeso e obesità, giungendo però a una conclusione interessante: un rischio raddoppiato era infatti associato all’assunzione di più di 21 bibite dolcificate alla settimana, un valore sicuramente distante da quello che può essere considerato un uso ragionevole.

Altri studi hanno invece cercato di stabilire come l’assunzione di dolcificanti, artificiali o naturali, influisca sul senso di sazietà e sulla risposta glicemica e insulinica. Per quanto riguarda la prima problematica, c’è un consenso quasi universale sul fatto che i dolcificanti artificiali causino un aumento della sensazione di fame, inducendo una maggiore assunzione di cibo: diversi studi hanno infatti dimostrato che i dolcificanti artificiali non possiedono lo stesso potere saziante di glucosio e saccarosio, inducendo quindi ad alimentarsi maggiormente nelle ore successive alla loro assunzione. Non vi è invece pieno consenso sulla seconda problematica: sebbene diversi studi abbiano provato l’effetto riducente dell’aspartame sui livelli di insulina postprandiale, vi è ancora dissenso su quale sia il dolcificante migliore per evitare questo effetto.

I dolcificanti si trovano in un numero incredibile di prodotti: bibite a basso contenuto calorico, dolci e biscotti ipocalorici, ma anche gomme da masticare senza zucchero e dentifrici. Si tratta dunque in genere di prodotti industriali ed eccessivamente lavorati, che dovrebbero trovare un posto estremamente ridotto in un’alimentazione sana. Limitandosi ad un uso occasionale, dunque, gli effetti avversi sono con ogni probabilità insignificanti: ad esempio, assumendo una sola bevanda gassata alla settimana, non ci sono differenze sostanziali dal punto di vista nutrizionale tra la versione normale e quella dolcificata artificialmente. I dolcificanti artificiali non hanno motivo di entrare nelle cucine italiane, specialmente quando vi sono delle alternative più sane e naturali come il miele o lo sciroppo d’acero, ma non dovrebbero neanche essere demonizzati. Come in ogni cosa, è la quantità che fa il veleno.

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