Riassunto “Le vostre zone erronee” – Wayne Walter Dyer

Capitolo 1 – Rispondere di se stessi

L’autore conduce immediatamente il lettore alla riflessione sulla morte e sulla brevità della vita. Come suggerisce di non temere la morte, ma piuttosto di servircene per “imparare a vivere bene”, allo stesso modo invita a chiederci se davvero dovremmo evitare di fare le cose che desideriamo fare o vivere la vita come vogliono gli altri. La vita è la nostra vita e dobbiamo farla come vogliamo noi. Secondo lui, intelligente non è colui che con “l’istruzione formale” e la “bravura libresca” raggiunge la “realizzazione personale”, ma colui che ha la capacità di costruire una “vita efficiente, felice, vissuta ogni giorno e ogni minuto”. Per questo, una persona intelligente non incorre in un “esaurimento nervoso”, perché sa come affrontare i problemi della vita e sceglie la felicità in ogni caso, a prescindere dalla risoluzione o meno del problema. Le persone intelligenti, infatti, sanno che i problemi fanno parte della “condizione umana” e non fanno coincidere la felicità con l’assenza di essi. Siamo noi a scegliere con che stato d’animo affrontare la vita e ad essere responsabili delle emozioni che proviamo. In ciò consiste la libertà personale, la quale comporta un nuovo modo di pensare. Attraverso un sillogismo aristotelico, spiega che le emozioni che proviamo derivano dai nostri pensieri e, dato che possiamo controllare i pensieri, possiamo, di conseguenza, controllare i nostri stati d’animo. Infatti, non è possibile “provare una determinata emozione […], se prima non si è avuto un determinato pensiero”. Nonostante la nostra cultura ci abbia insegnato che non siamo responsabili dei nostri stati d’animo, l’autore è convinto che sviluppando determinati pensieri su cose o persone, siamo in grado di renderci felici o infelici. “La depressione è unicamente umana”. Se quando piove siamo depressi, non è la pioggia in sé ad essere deprimente, ma siamo noi a considerarla deprimente e che decidiamo di essere tristi di fronte ad essa. Allo stesso modo, quando crediamo che una persona ci offenda, ci rattristi o ci metta in imbarazzo, in realtà siamo noi a sentirci offesi, a sentirci tristi o a sentirci in imbarazzo. Siamo noi gli unici responsabili di ciò che proviamo. L’autore ammette che non è semplice “pensare in modo nuovo”, perché se essere felici è semplice, non è altrettanto facile imparare a non essere infelici. La maggiore difficoltà, spiega, sta nell’eliminare tutti i “dovrei” e “avrei dovuto” maturati nel passato. Abbiamo imparato e siamo abituati a porre le cause delle nostre emozioni e dei nostri stati d’animo al di fuori di noi e ora lo facciamo automaticamente. Presa coscienza di questo fallace meccanismo mentale, possiamo iniziare a pensare in modo nuovo e, quindi, a scegliere i nostri stati d’animo. Per fare ciò, è importante applicarsi ed essere determinati a distruggere gli schemi mentali che ci portiamo dietro da anni e che ci hanno finora impedito di essere felici. Si tratta di assumere il controllo delle nostre emozioni e di volgere a nostro vantaggio qualsiasi situazione, decidendo di non stare male e, ancor di più, di sostituire alle “vecchie emozioni distruttrici” degli “stati d’animo nuovi e salutari”. L’autore ritiene che, in questo modo, possiamo addirittura scegliere di eliminare alcune “sofferenze fisiche” che non hanno un’origine fisiologica. Secondo lui, infatti, siamo noi a scegliere alcune patologie che sono sempre state considerate “cose che capitano” e che possiamo guarire “assumendo la completa padronanza della mente”, come già accade in alcune culture. Per questo motivo, egli considera una “sciocchezza” il fatto che noi non siamo in grado di controllare il nostro stato sia fisico che psichico, nonostante la società ci ritenga dei “prigionieri impotenti” con l’impellente bisogno che qualcosa o qualcuno faccia le cose al posto nostro. Siamo noi ad assumere il controllo della nostra mente e a scegliere come sentirci e come agire in base alle nostre scelte. In questo capitolo, come più volte nel libro, ricorre la parola “paralisi”, che secondo l’autore “designa una stato d’animo negativo”, ovvero l’immobilizzazione intesa come condizione che non permette al cervello di “funzionare al livello a cui si vorrebbe”. L’“inazione”, il “tentennamento”, l’“indecisione” sono tutte forme di “paralisi”, così come l’ira, la timidezza, l’odio, la gelosia, … In quanto paralizzanti, queste emozioni andrebbero eliminate completamente dalla vita. Uno dei modi per combattere la paralisi è imparare a vivere nel presente. Infatti, non esiste un altro momento che noi possiamo vivere, in quanto il passato è passato e il futuro, quando arriverà, non sarà altro che un momento presente da vivere. Non vivere nel presente è una vera e propria “malattia”, nella nostra società, la quale ci invita spesso a sacrificarlo per il futuro, il che è il modo giusto per dire addio alla felicità. Tendiamo ad evadere dal presente e ad idealizzare il futuro, attendendo sempre quel “momento miracoloso” in cui crediamo che la nostra vita cambierà e in cui saremo davvero felici. La verità è che quel momento, quando arriva, “non è mai all’altezza di quello che avevi immaginato”. Così, torniamo ad idealizzarlo, entrando in un circolo vizioso. Possiamo però porre fino ad esso, imparando a vivere il momento presente. Dato che, pensando al passato, siamo soliti avere rimpianti per ciò che non abbiamo fatto, piuttosto che per ciò che abbiamo fatto, per vivere il presente l’importante è fare, cogliendo e assaporando ogni minuto della nostra vita. Scegliere di vivere il presente, dando valore a ogni attimo, significa scegliere una “vita libera, efficiente e appagante”. Possono esistere due motivazioni che spingono a scegliere la felicità: l’imperfezione e la crescita. Tuttavia, se la prima è la più comune, la seconda è sicuramente la più “sana”, poiché la crescita è vita, quindi se cresci, sei vivo; se non cresci, puoi ritenerti “morto”. Un primo passo verso la crescita è già essere consapevoli di poter sempre migliorare. Alla base della crescita come motivazione per tendere alla felicità vi è la padronanza di sé in ogni momento, cioè comprendere che possiamo scegliere ciò che il nostro mondo sarà per noi e, quindi, la nostra sorte in esso. Spesso crediamo che basti un “primo tentativo” per cambiare gli schemi mentali; in realtà, l’autore ammette che “cambiare il modo di pensare, di sentire, o di vivere, è possibile, non mai facile”. Quindi, se vogliamo “conseguire la felicità nel presente”, dobbiamo applicarci “a disimparare la mentalità autodistruttiva” con cui abbiamo vissuto finora e, per farlo, è necessario ripetersi che possiamo controllare la nostra mente, i nostri pensieri e, quindi, i nostri stati d’animo.

 

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Capitolo 2 – Il primo amore

La società, spiega l’autore, ci ha sempre esortato a pensare al prossimo, come se pensare a se stessi sia qualcosa di negativo.

Fin da bambini, infatti, ci hanno insegnato che bisogna sempre essere buoni e rispettosi nei confronti degli altri e che bisogna osservare le buone maniere in ogni situazione.
E’ così che abbiamo iniziato a conformarci e a soddisfare la volontà degli adulti, sempre considerati più importanti dei bambini.
Con l’educazione, il risultato è stato quello di aver assimilato tutta una serie di principi a scapito della nostra individualità.
In realtà, la chiave per raggiungere la felicità nel presente, suggerisce l’autore, è proprio l’amore verso se stessi, rispetto al quale l’amore verso gli altri è direttamente proporzionale.
Cos’è, però, l’amore? Vi sono tante definizioni di amore, ma una tra queste, fornita anche da Dyer, è la capacità e volontà di permettere alle persone a cui si vuole bene di essere ciò che vogliono essere, senza insistenza o pretesa alcuna che esse diano soddisfazione.

Questo, tuttavia, è realizzabile solo amando se stessi.
Se si è consapevoli del proprio valore, non si avrà l’esigenza che altri lo rafforzino, conformando i propri comportamenti in base alle nostre pretese.

Se si è sicuri di sé, non si avverte la necessità che anche gli altri siano come noi, in quanto siamo unici; se pretendessimo questo, di fatto impediremmo agli altri di essere altrettanto unici e speciali, quando è proprio per questo che li amiamo.
Non si dà agli altri per avere un tornaconto, ma per il puro piacere di dare; se però non amiamo noi stessi, allora è impossibile amare gli altri.

Anche se in alcuni casi non ci piacciamo o abbiamo agito in una maniera che non ci soddisfa, amarsi è comunque sempre meglio che odiarsi, poiché l’odio e il disprezzo verso se stessi possono paralizzare e, ancor peggio, nuocere.

Quando si commette un errore, è importante imparare da questo e cercare di non ripeterlo, ma non bisogna mai associare il proprio comportamento, o quello degli altri nei nostri confronti, al concetto di sé.

Per dare e ricevere amore, quindi, è importante prima di tutto abbattere l’immagine di noi stessi basata sulle impressioni e le opinioni degli altri.

Questo processo di distruzione inizia con la consapevolezza che non esiste un unico concetto di sé, solo e sempre o positivo o negativo.

Tendiamo a creare delle immagini e a farci un’opinione di noi stessi per ogni aspetto del nostro fisico, dei nostri comportamenti, delle nostre emozioni e delle nostre capacità, ma il proprio valore intrinseco, essendo un dato di fatto, non è legato a questi aspetti e, per questo motivo, non deve mutare.
Per imparare ad amare se stessi, si può iniziare dal fisico.
Dato che non solo abbiamo un bel corpo, ma siamo anche il nostro corpo, non amare il proprio fisico equivale, per l’autore, a non accettarsi come esseri umani.

Se non apprezziamo alcune caratteristiche del nostro corpo che si possono modificare, allora cambiamole; le caratteristiche che non è possibile cambiare, andranno accettate e viste sotto un’altra prospettiva.

Resta comunque il fatto che l’amore che proviamo nei confronti del nostro corpo è da sempre influenzato dai canoni di bellezza dettati dalla società contemporanea, che spesso, però, sono lontani dalla realtà e talvolta irraggiungibili.

Non dobbiamo permettere che qualcun altro decida per noi cosa è piacevole!

Accettarsi ed amare il proprio corpo significa prima di tutto iniziare a comprenderne il valore, evitando di fare paragoni e smettendo di attribuire importanza alle opinioni degli altri.

Siamo tutti esseri umani e, in quanto tali, siamo accumunati dalle medesime caratteristiche.

La società, tuttavia, tende a disapprovare questi aspetti propri dell’essere umano, esortandoci a nasconderli o a eliminarli e conducendoci, quasi a nostra insaputa, alla non accettazione di sé.

Quindi, se vogliamo imparare ad amare il nostro corpo, dobbiamo farlo nella sua totalità, allontanando, una volta per tutte, le inutili concezioni sociali che ci impongono un certo tipo di fisico e di aspetto esteriore.

Un altro passo importante per amare se stessi è smettere di sottovalutarsi.
Come l’autore ha già affermato nel primo capitolo, non si è intelligenti con “l’istruzione formale” e la “bravura libresca”, ma raggiungendo la “realizzazione personale”, ovvero una “vita efficiente, felice, vissuta ogni giorno e ogni minuto”.

Per questo, se non siamo bravi in qualcosa, non è per mancanza di intelligenza, ma è solo perché, finora, abbiamo fatto delle scelte differenti e non vi abbiamo dedicato più tempo.

La capacità non è una proprietà innata, ma è strettamente collegata al tempo, di conseguenza è la pratica costante che permette ad ognuno di noi di eccellere.

Possiamo essere tanto intelligenti quanto scegliamo di esserlo.

Se un nostro comportamento non ci piace, possiamo cambiarlo, senza però confonderlo con il nostro valore intrinseco; anche le nostre capacità in una determinata disciplina dipendono dalle scelte che facciamo e dal tempo che dedichiamo ad esse e non devono essere confuse con il nostro concetto di sé.
Lo stesso discorso possiamo farlo con le emozioni, in quanto siamo noi a scegliere i pensieri e, di conseguenza, gli stati d’animo che proviamo in una determinata situazione (vedi cap. 1).

Non amarsi e, ancor di più, disprezzarsi, tende a non farci sentire degni, ad esempio, di un complimento o di un premio; questa è la conseguenza dell’automortificazione e della negazione di sé, alle quali porta il non amare se stessi, il sottovalutarsi e il convincersi di non avere valore.

Amare se stessi vuol dire, invece, accettarsi in quanto persona degna di rispetto.
Accettarsi, però, significa anche non lamentarsi.

Quando si raggiunge l’accettazione, non si trova nulla di cui lamentarsi, soprattutto per le cose non si possono cambiare.

Lamentarsi è il tipico comportamento di chi non ha fiducia in se stesso.

Continuare a lagnarsi con gli altri di ciò che non ci piace di noi non solo fa incrementare il senso di insoddisfazione, ma non risolve alcun problema.

Il tempo trascorso a lamentarsi, cercando di ottenere la compassione degli altri, è assolutamente tempo sprecato.

Inoltre, le persone non tengono conto delle nostre lamentele, soprattutto quando riguardano la nostra stanchezza e il nostro stato di salute.

Questo non significa non far sapere agli altri quando si sta male o quando si ha bisogno di aiuto, ma lamentarsi con coloro che non possono fare nulla per alleviare la nostra stanchezza o per migliorare il nostro stato di salute, è inutile quanto molesto per chi sorbisce la lagna.

Inoltre, chi vuole davvero imparare ad amare se stesso, non solo non si lamenta, ma non sceglie nemmeno di appoggiarsi ad altri, quando non sta bene.

Lamentarsi, in conclusione, ci allontana dalla felicità tanto agognata e impedisce ogni tentativo di dare e ricevere amore.

Se in noi scorgiamo qualcosa che non ci piace, quello che possiamo (e dobbiamo) fare è agire in modo da cambiare questi aspetti, invece di lamentarcene.

L’autore tiene comunque a precisare che amare se stessi non implica essere vanitosi ed elogiarsi, poiché questo comportamento equivale, al contrario, a tentare di ottenere l’attenzione e l’approvazione degli altri.

Amare se stessi, infatti, non esige l’amore da parte degli altri, poiché sono sufficienti l’amore di sé e l’autoaccettazione per sentirsi appagati.

 

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Capitolo 3 – Non aver bisogno dell’altrui approvazione

 

Generalmente, la ricerca di approvazione, afferma l’autore, non è tanto un bisogno, quanto una voglia.

A tutti piace ovviamente ricevere approvazione; infatti, non bisogna considerarla come qualcosa di completamente negativo e nemmeno rinunciarvi.

Tuttavia, quando la ricerca di approvazione non è più semplice desiderio, ma diventa una necessità, è a tutti gli effetti una “zona erronea”.

Se desideriamo l’approvazione, vuol dire che ci rende felici riceverla, ma se, per essere felici, abbiamo bisogno dell’approvazione degli altri, quando non la riceviamo, stiamo male.

Così facendo, facciamo dipendere la nostra felicità dagli altri e, quindi, ci stiamo autocondannando ad una vita piena di infelicità e delusioni.

Il bisogno di approvazione deve essere eliminato, se si vuole essere persone felici e realizzate.

Innanzitutto, quando si decide di amare ed essere se stessi, al fine di raggiungere la felicità, è impossibile non incorrere nella disapprovazione.

Quando si ricerca l’approvazione, si tende ad essere ciò che gli altri vogliono che siamo, ponendoli così al primo posto, insieme alle loro opinioni, e sacrificando noi stessi.

Se, però, vogliamo piacere ed essere approvati a tutti i costi e, per farlo, modifichiamo il nostro comportamento o i nostri pensieri solo per mostrarci a favore e/o per non essere biasimati, sicuramente non è il modo giusto per ottenere sincerità e fiducia da parte degli altri.

Essere disapprovati non fa piacere ed è più facile comportarsi in questa maniera per essere apprezzati, ma così diamo agli altri il controllo di noi stessi e della nostra felicità.

Perché arriviamo ad avere bisogno dell’approvazione altrui?

Il bisogno dell’approvazione altrui si fonda sul concetto in base al quale non dovremmo fidarci di noi stessi, quanto maggiormente delle opinioni degli altri.

La società, in realtà, ci spinge a ricercare l’approvazione altrui, poiché pensare con la propria testa è anticonformista e va contro le istituzioni.

Elargire approvazione può anche essere un ottimo strumento di manipolazione: conferire agli altri, tramite il consenso, il “potere” di renderci felici o tristi, ci farà sentire afflitti nel momento in cui non riceviamo la tanto desiderata approvazione.

Quindi, più abbiamo bisogno di essere approvati, più possiamo essere manovrati.

Più ci amiamo, ci accettiamo e siamo noi stessi, senza timore di incorrere nella disapprovazione, meno permettiamo agli altri di avere il controllo su di noi e la facoltà di renderci felici.

Fin da bambini, ci siamo sempre comportati per poter essere approvati dagli adulti e, ancor di più, dai nostri genitori.

Importante, però, è non confondere la ricerca di approvazione e la ricerca di affetto nel bambino: la prima, rispetto alla seconda, deriva da una mancanza di sicurezza e dal continuo bisogno del consenso dei genitori per qualsiasi cosa egli pensi o faccia.

La nostra cultura insegna al bambino a contare sugli altri, piuttosto che a utilizzare la propria testa, e questo succede anche in famiglia, nella quale i tentativi di far valere la propria indipendenza vengono spenti a favore dell’obbedienza e della dipendenza.

Il motivo per cui accade ciò deriva principalmente dall’errata convinzione dei genitori che i figli siano una loro proprietà e dalla tendenza a non insegnare loro a pensare e a risolvere i problemi in modo autonomo e ad avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità.

Ciò che viene più che altro insegnato in famiglia è l’importanza di comportarsi correttamente, al fine di ottenere l’approvazione degli altri.

In realtà, l’approvazione andrebbe concessa in maniera gratuita al bambino, non solo in seguito a comportamenti adeguati, in modo tale che non apprenda a far coincidere il proprio valore con l’approvazione degli altri.

Anche a scuola esistono una serie di regole da rispettare e l’insegnante è la figura alla quale rivolgersi per qualsiasi permesso, dubbio o problema.

La scuola, tra l’altro, è basata su un sistema di valutazione numerica, che finisce col rispecchiare in che misura si è stati approvati e con la quale, spesso, si tende a stimare la propria intelligenza, piuttosto che lo stato delle proprie conoscenze.

Così, anche a scuola l’inclinazione a dimostrare la propria autonomia e la propria indipendenza finisce con l’essere mortificata e perfino considerata fuori luogo nell’ambiente scolastico.

Un altro aspetto scoraggiante dell’istituzione scolastica è che la ricerca di approvazione si identifica con il successo: se hai una buona condotta, se studi adeguatamente tutte le materie, se prendi voti alti, etc…, ottieni numerose lodi da parte degli insegnanti, ma ciò che ne risulta è un continuo bisogno di approvazione, dal momento che la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità non è stata consolidata.

All’università, lo studente, che si trova a dover gestire in modo più autonomo e indipendente la propria carriera, si ritrova nel panico e completamente smarrito, dato che fino a quel momento ha sempre agito secondo il volere degli altri e per compiacere genitori ed insegnanti, cosa assai più semplice del pensare con la propria testa.

Anche le istituzioni religiose e lo Stato, sostiene l’autore, incoraggiano la ricerca di approvazione.

Le prime inducono gli individui ad agire secondo quanto stabilito dal proprio credo, quindi non tanto perché si è convinti che agire in una determinata maniera significhi fare del bene, quanto perché così vuole la religione; infatti, se ci si comporta in maniera sbagliata e immorale, si viene puniti, perché non si è agito secondo il volere di Dio.

Essere noi la guida spirituale di noi stessi, invece di ricercare l’approvazione da parte di un’entità esterna superiore, è “l’esperienza più religiosa” che possiamo fare.
L’autore la chiama la “religione dell’Io”, ovvero quella in base alla quale siamo noi a decidere i comportamenti da tenere in base ai nostri “comandamenti”, ovvero i principi e i valori che, all’interno del nostro ambiente, permettono di trarre un beneficio per se stessi e per la comunità.
Se ci pensiamo, Cristo è l’esempio lampante di una persona che ha predicato la fiducia in se stessi ed il coraggio e che non ha temuto, agendo secondo i propri valori, di incorrere nella disapprovazione; tuttavia, i suoi insegnamenti sono stati stravolti e trasformati in un indottrinamento che predica la paura e il disprezzo verso se stessi.

Lo Stato, d’altro canto, “predica” il conformismo come mezzo per ottenere l’approvazione, scoraggia la libertà e l’indipendenza dell’individuo e induce a non contare su se stessi.

In questo modo, un governo valica le proprie responsabilità, che sono quelle di fornire dei servizi ai cittadini e governare la società, dettando leggi e norme su qualsiasi cosa.

Fortunatamente, molte norme non vengono fatte osservare, ma in ogni caso lo Stato sostiene di sapere più di noi quale sia il nostro bene e, attraverso chiari messaggi culturali che riceviamo ogni giorno, incita a comportarsi in un certo modo, al fine di ottenere l’approvazione.

Questo porta a dare eccessiva importanza a quello che pensano gli altri e a non pensare secondo il proprio giudizio, a scapito, ancora una volta, della fiducia in se stessi e nelle proprie forze.

La realtà è che nel mondo è impossibile accontentare tutti; avere la consapevolezza che nella vita si incorre sempre e inevitabilmente in una certa disapprovazione, permette di porre fine alla ricerca incessante dell’approvazione altrui e di smettere di accomunare la disapprovazione di una propria idea, di un proprio pensiero o di un proprio comportamento con la disapprovazione di se stessi.

La vera felicità, inoltre, consiste anche nel liberarsi dal bisogno di approvazione.

L’approvazione, al contrario del bisogno di essa, non è, come diceva l’autore all’inizio, completamente negativa e smettere di ricercarla e di rincorrerla, prendendo atto del proprio valore e agendo secondo il proprio giudizio, permette di ricevere addirittura un’approvazione maggiore.

Per questo, è importante iniziare a vedere la disapprovazione altrui come una naturale conseguenza della nostra scelta di vivere secondo i nostri principi e le nostre idee, giacché ognuno di noi ha principi ed idee personali.

 

 

 

 

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Capitolo 4 – Liberarsi dal passato

 

I termini con i quali oggi ci identifichiamo derivano principalmente dalla nostra vita passata.

Dire “Sono ansioso”, “Sono maldestro” o “Sono testardo” sono delle etichette che possono esserci state affibbiate dagli altri nel corso della nostra esistenza o che noi stessi utilizziamo per autodefinirci.

Tuttavia, sono proprio queste etichette che spesso ci impediscono di liberarci del passato e che costituiscono un grave ostacolo alla nostra crescita personale.

Se ci identifichiamo fortemente con esse, non sentiremo la necessità di metterle in discussione e, quindi, non saremo portati a cambiare.

Se, però, queste autodefinizioni derivano dal nostro passato, è anche vero che il passato è un tempo finito, nel quale ormai non possiamo più agire; di conseguenza, emerge immediatamente l’inutilità di continuare ad impiegarle.

L’autore associa le autodefinizioni a 4 tipiche frasi che tendiamo a ripetere, sia agli altri, che a noi stessi, per giustificare i nostri atteggiamenti ed i nostri comportamenti sbagliati e che sono:
1) “Questo sono io”;

2) “Sono sempre stato così”;

3) “Non posso farci nulla”;

4) “E’ nella mia natura”.

Queste frasi sottintendono, inoltre, la presa di posizione in base alla quale un individuo, essendo sempre stato quello che è e non potendoci fare nulla, non avrebbe nemmeno intenzione di cambiare.

Sarebbe più utile, invece, smettere di utilizzare queste espressioni, al fine di sottrarsi al passato e di iniziare a crescere e ad essere una persona migliore nel presente.

Il fatto stesso che alcune autoconnotazioni ci ostacolino nel tentativo di avere una vita serena e soddisfacente è di per sé un buon motivo per abbandonarle e per cambiare.

Analizziamo, ora, l’origine delle autoconnotazioni.

Finora, abbiamo detto che le autodefinizioni si dividono in 2 categorie: quelle che ci sono state assegnate dagli altri e quelle nelle quali noi stessi ci identifichiamo.

Le prime, sono etichette che ci sono state addossate fin da bambini e che ci siamo portati dietro per tutta la vita.

Le seconde, invece, sono quelle che, magari a partire dalle prime, noi stessi abbiamo scelto di attribuirci e con le quali ci scagioniamo per i nostri modi di pensare o di agire erronei e/o per evitare situazioni che ci creano disagio o difficoltà.

Le prime sono sicuramente le più consistenti, in quanto da esse, spesso, possono derivare anche le seconde e poiché hanno un impatto considerevole nella vita adulta.

Ad ogni modo, i comportamenti alla cui base vi sono delle autoconnotazioni sono, afferma l’autore, comportamenti arrendevoli e, ancora una volta, delle scuse utilizzate per sfuggire a situazioni difficili o sgradevoli.

Piuttosto che ammettere che una cosa ci annoia, non suscita il nostro interesse o non abbiamo voglia di farla, risulta più semplice giustificare il proprio comportamento con un’autoconnotazione.

In questo modo, il messaggio che stiamo mandando a noi stessi è “Sono fatto così e non cambierò mai”.

Questo atteggiamento impedisce la crescita e l’attuazione di quel cambiamento che condurrebbe a liberarsi dalle etichette del passato e ad essere persone diverse, più efficaci ed appagate.

A questo punto, l’autore, tramite un elenco, riporta quelle che sono le più frequenti autoconnotazioni: esse possono riguardare le conoscenze, le capacità, la personalità, il portamento, l’aspetto fisico, il comportamento, l’etnia, l’età, etc…

Ad esempio, le autoconnotazioni di tipo didattico (“Non sono bravo/a in…”, “Non sono portato/a per…”) sono quelle che si utilizzano per giustificare la propria incapacità in una determinata materia, ritenuta da sempre difficile oppure noiosa, e per evitare di impegnarsi.

Quelle che riguardano la personalità (“Sono sensibile”, “Sono nervoso”, “Sono timido”, …) vengono adoperate per sviare il cambiamento, dal momento che è decisamente più semplice rimanere quelli che si è sempre stati, piuttosto che andare incontro ad un cambiamento, giacché costerebbe troppa fatica.

Così, assegnando la causa della nostra personalità a fattori genetici, invalidiamo il concetto in base al quale siamo noi a scegliere i tratti che ci caratterizzano e sentendoci, quindi, ancor meno propensi a correggere gli aspetti negativi (“Sono fatto così, non posso farci niente”).

Ancora, le autoconnotazioni riguardanti il fisico (“Sono brutta/o”, “Sono troppo grassa/o”, etc…) sono utilizzate spesso per non rischiare nell’instaurare delle relazioni, dato che significherebbe esporsi eccessivamente con gli altri e potrebbe minare la già poca stima che abbiamo di noi stessi.

La verità è che, anche quando ci guardiamo allo specchio, vediamo esattamente ciò che vogliamo vedere, ammette l’autore.

In conclusione, ciò che facciamo, decidendo di rimanere legati alle autoconnotazioni, è soltanto fuggire dalle situazioni che ci creerebbero disagio e dal tentativo, considerato troppo impegnativo, di cambiare.

Inoltre, quando iniziamo a ricorrere troppo spesso alle autoconnotazioni come mezzi di giustificazione, finiamo col crederci noi stessi e, innescando un circolo vizioso, continuiamo a comportarci secondo tali autodefinizioni, rafforzandole.

Frequentemente, per giustificare quello che siamo oggi, diamo la colpa delle nostre autoconnotazioni ai familiari (genitori, parenti, etc..) o alla scuola (insegnanti, compagni, etc…), ma, così facendo, stiamo ammettendo di aver assegnato loro il potere di manipolarci e decidere della nostra vita e, quindi, di non poterci fare nulla.

Abbandonare le autoconnotazioni negative, quindi il passato, e cambiare, non è un compito semplice, ammette l’autore. Avvalersi di esse è diventata ormai un’abitudine e, in un certo senso, dà conforto e sicurezza, ma è essenziale abolirle, per poter andare incontro a quel miglioramento che ci renderebbe persone più libere, felici e soddisfatte.

Siccome utilizzare le autoconnotazioni è una scelta, bisogna innanzitutto ammettere che finora abbiamo scelto di essere o di comportarci in un certo modo, non che siamo in un certo modo.

Dopodiché, è necessario spezzare il circolo vizioso in base al quale, continuando a tenere testa alle autodefinizioni, perpetriamo i comportamenti sbagliati ed iniziare ad impegnarsi vivamente nel processo di cambiamento.

Siamo la somma delle nostre scelte, quindi abbiamo la facoltà di scegliere di essere e di fare ciò che vogliamo davvero.

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Capitolo 5 – Le emozioni inutili: il senso di colpa e l’inquietudine

 

Come già si evince dal titolo, il senso di colpa e l’inquietudine, per l’autore, sono le due emozioni più inutili che si possano provare, dal momento che la prima è rivolta al passato, mentre la seconda al futuro, quindi a due momenti temporali che non sono sotto il nostro controllo.

Queste due emozioni sono deleterie, in quanto provocano due tipi diversi di paralisi nel presente: il senso di colpa provoca paralisi per qualcosa che è accaduto in passato, quindi in un tempo già finito, mentre l’inquietudine paralizza per qualcosa che non è ancora accaduto e che potrebbe accadere nel futuro, ovvero in un tempo che deve ancora arrivare e che non possiamo prevedere.

Di conseguenza, sia che, presi dal senso di colpa, pensiamo a qualcosa che abbiamo detto o fatto in passato, sia che, con inquietudine, guardiamo ad un evento futuro che accadrà o potrebbe accadere, ciò che facciamo è comunque sprecare tempo nel presente.

Viviamo in una cultura che spinge a provare senso di colpa ed inquietudine, quasi come se non sentirsi colpevoli fosse negativo e non preoccuparsi fosse anomalo.

Sussiste per di più la convinzione secondo cui non provare senso di colpa o non preoccuparsi abbastanza siano caratteristiche di una persona senza cuore, quindi, per provare agli altri che non è così, è necessario sentirsi in difetto ed angosciarsi.

 

Il senso di colpa

 

“Il senso di colpa è la più inutile di tutte le “zone” comportamentali”, afferma l’autore, perché sentirsi in colpa per qualcosa che è accaduto in passato non può certamente cambiarlo.

Diverso è quando consideriamo il passato come un tempo da cui imparare per gli errori commessi e per rammentarci di non ripeterli più; questo processo, infatti, è necessario per la propria crescita.

L’autore ritiene esistano due tipi di senso di colpa: il senso di colpa residuo e quello autoimposto.

Il primo viene acquisito da bambini e persiste nell’età adulta come un residuo dei rimproveri della famiglia e come timore di deludere le persone in cui identifichiamo i nostri genitori e delle quali ricerchiamo l’approvazione.

Se tale approvazione ci viene negata, persiste in noi il senso di colpa.

Il senso di colpa residuo scaturisce anche dall’aver permesso agli adulti di manipolarci nella nostra infanzia e da esso provengono quei comportamenti in base ai quali tendiamo a chiedere sempre scusa agli altri o ad autorimproverarci per eventi accaduti in passato.

Il senso di colpa autoimposto è quello che si prova per qualcosa accaduto anche di recente e che non è necessariamente collegato con l’infanzia.

In genere, deriva dall’inosservanza di una norma del proprio codice morale e/o dal fallito tentativo di essere all’altezza di certi standard autoimposti oppure imposti dall’esterno e con i quali cerchiamo di compiacere qualcuno.

In entrambi i casi, il senso di colpa è inutile, poiché con esso, come abbiamo già detto, non si cambia ciò che è già accaduto.

Il senso di colpa, per questo, andrebbe eliminato; piuttosto, quando facciamo o diciamo una cosa che non ci piace, invece di provare senso di colpa, potremmo semplicemente riprometterci di non ripeterla in futuro.

Infatti, il senso di colpa non è d’aiuto, poiché non solo immobilizza nel presente, ma incrementa la possibilità che la cosa detta o fatta, e da cui ha avuto origine il senso di colpa, venga ripetuta.

Pensare che il senso di colpa possa essere un utile mezzo di remissione non solo è un errore, ma ci relega ad una vita fatta di infelicità e frustrazione.

Il senso di colpa può essere inculcato da diverse fonti.

La prima è senz’altro la famiglia, in particolare i genitori, i quali si servono dei sensi di colpa per manipolare i figli.

Dire frasi come “Mi sono sacrificato per te!” o “Pensi solo a te stesso, non ci aiuti mai!” sono efficaci espressioni per innescare il senso di colpa nei figli e per ottenere che essi si comportino in un certo modo.

Talvolta, per suscitare il senso di colpa, vengono coinvolte delle forze esterne in merito a comportamenti socialmente riprovevoli (es. “Che penseranno gli altri?”) oppure vengono tirate in ballo malattie legate alla vecchiaia o a stati emozionali di agitazione (es. “Così mi farai venire un infarto!”), come se la responsabilità di queste fosse dei figli.

Molto comune, poi, è il senso di colpa inculcato per questioni relative al sesso, visto come un peccato di cui vergognarsi profondamente.

In realtà, è possibile insegnare ai figli a comportarsi in maniera accettabile senza servirsi del senso di colpa, ma spiegando loro i motivi per cui un determinato comportamento andrebbe corretto.

Tuttavia, anche i figli possono avvalersi del senso di colpa per manipolare i genitori, soprattutto approfittando della circostanza in cui questi ultimi, non potendoli accontentare, non si sentono dei buoni genitori.

C’è da dire, però, che i figli imparano proprio dai genitori questo sistema, dal momento che è generalmente utilizzato dagli adulti per ottenere dagli altri ciò che desiderano.

Nelle relazioni amorose, si può instillare il senso di colpa nel partner per condannare un determinato comportamento, per quando sentiamo che non sta ricambiando i nostri sentimenti, per un errore che ha commesso, anche molto tempo prima, o per ottenere un certo comportamento, al fine di adattarlo alle nostre esigenze.

La scuola è un altro luogo in cui gli insegnanti, mediante l’utilizzo di determinate frasi, ricorrono al senso di colpa per insegnare qualcosa agli alunni; questi ultimi, essendo altamente influenzabili, vengono quindi manipolati.

Anche la religione adopera il senso di colpa per far comprendere ai fedeli di aver deluso Dio con specifici comportamenti e, di conseguenza, di aver peccato e di non meritare il paradiso.

Non sono solo le istituzioni, però, a creare sensi di colpa.
Se durante una dieta, per esempio, ci concedessimo un piacere, inizieremmo a provare un terribile senso di colpa e dovremmo correre ai ripari per allontanarlo, magari attraverso un’alimentazione rigida nei giorni successivi.

Infine, il sesso è un campo in cui il senso di colpa regna sovrano: oltre a quello inculcatoci dai genitori a riguardo, anche noi stessi proviamo senso di colpa per azioni o argomenti inerenti al sesso, dal momento che è la cultura stessa che lo ritiene legittimo in queste circostanze.

In conclusione, alla luce di quanto detto, è comprensibile come il senso di colpa rappresenti un ulteriore modo per evitare di cambiare e di prendersi le proprie responsabilità, assegnando la colpa per quello che siamo oggi al nostro passato e convincendoci di non poterci fare nulla, ed anche per farsi accettare e compatire dagli altri.

Come gli altri stati d’animo, però, anche il senso di colpa è una scelta, quindi, se vogliamo liberarcene, possiamo scegliere di farlo.

E’ necessario iniziare a considerare il passato come un tempo finito e che non possiamo più controllare, quindi capire che provare senso di colpa per azioni o parole legate ad esso è controproducente.

Bisogna comprendere che non essere approvati da tutti è naturale, solo così cesseremo di provare senso di colpa per quei comportamenti che altri non apprezzano.

Infine, è importante rivedere i propri valori, conformandoli solo alle proprie necessità e non a quelle degli altri.

 

L’inquietudine

 

Come il senso di colpa è inutile, ugualmente lo è la preoccupazione, ammette l’autore, poiché “non c’è nulla di cui preoccuparsi”.

Come abbiamo detto precedentemente, si definisce inquietudine la preoccupazione eccessiva per il futuro, ovvero per ciò che accadrà o potrebbe accadere; tuttavia, non ha nulla a che vedere con i progetti a lungo termine, per i quali ci adoperiamo al fine di migliorare la nostra vita.

Quando diventa paralizzante nel presente, essa rappresenta una “zona erronea”.

Anche l’inquietudine è uno stato d’animo incoraggiato dalla società; infatti, è diffuso il pensiero in base al quale la preoccupazione sia sinonimo di effettivo interesse per qualcosa o per qualcuno.

Tuttavia, da quando il mondo è mondo, la preoccupazione non ha mai risolto alcun problema e, anzi, pone la mente in uno stato di inefficienza che ne impedisce l’adeguata risoluzione.

Inoltre, la preoccupazione non ha nessun legame con l’affetto, ovvero l’amore che si prova per una persona non è vincolato alla preoccupazione che si ha per la stessa.

L’inquietudine nasce principalmente nei confronti di qualcosa su cui non abbiamo il controllo, ma capita spesso che l’evento per il quale abbiamo provato ansia, alla fine si riveli meno tragico di quanto avessimo immaginato.

Ad ogni modo, di cosa ci preoccupiamo di più?

A questa domanda l’autore tenta di rispondere stilando un cosiddetto “prontuario dell’inquietudine”, nel quale elenca quelle che sono le maggiori preoccupazioni dell’uomo contemporaneo.

Alcune di queste, a mio parere tra le più comuni, sono l’inquietudine per i figli, per la propria salute, per il lavoro, per la situazione economica, per il giudizio altrui, per la morte, etc… e, la più irrazionale, ma non meno importante, l’inquietudine di non provare preoccupazioni, quando sembra che stia andando tutto bene.

Prima di eliminare l’inquietudine, però, è importante capire il motivo per cui si prova, perché quando questa è eccessiva ed occupa gran parte delle nostre giornate, deve per forza avere alla base delle importanti giustificazioni.

Qualsiasi siano queste motivazioni, l’ansia ci impedisce in ogni caso di vivere e per questo va superata.
Prendere consapevolezza dell’inutilità dell’inquietudine ed iniziare ad affrontare quelle situazioni che la provocano, cercando di ridimensionarle e sapendo che comunque c’è sempre qualcosa di peggio, è un buon inizio per combatterla.

E’ importante cominciare, con determinazione, a rimpiazzare i pensieri ed i comportamenti ad essa legati con dei sostituti più produttivi.

A costo di sembrare ripetitivo, l’autore ribadisce il concetto secondo cui considerare il presente come unico lasso temporale in cui si può vivere ed agire permette di eliminare le preoccupazioni, come anche il senso di colpa.

Tuttavia, la soluzione migliore per l’inquietudine è senz’altro l’azione.

A tal proposito, egli afferma “Un ansioso sta seduto e lavora di testa; una persona attiva sta in piedi e si dà da fare”.

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Capitolo 6 – Esplorare l’ignoto

Einstein disse che «La più bella esperienza che si possa fare è quella del misterioso. E’ questa la vera sorgente d’ogni arte e d’ogni scienza».

Infatti, sono la curiosità, la novità e l’avventura che permettono di fare scoperte inaspettate, di acquisire nuove conoscenze e di avere esperienze in grado di arricchire maggiormente lo spirito.

Purtroppo, però, nella nostra società l’ignoto viene spesso associato al pericolo ed è per questo che si raccomanda di stare lontano da ciò che non si conosce e di non rischiare.

Tuttavia, questo comportamento non solo rende la vita monotona, noiosa e priva di felicità e soddisfazioni, ma impedisce anche la crescita.

Gli inviti ad evitare ciò che non si conosce e che potrebbe comportare dei rischi partono già dalla famiglia, vengono ripresi a scuola e rafforzati dalla società, ma è possibile cambiare il modo di porsi nei confronti dell’ignoto ed iniziare ad accoglierlo.

 

«Se vuoi, puoi»

Se abbiamo fiducia in noi stessi, non c’è nulla che non possiamo fare, se vogliamo.

Siamo abituati ad “andare sul sicuro”, a scegliere ciò che già conosciamo o ad accettare una cosa, piuttosto che cambiarla, perché il cambiamento è una via piena di incertezza e perché siamo convinti di non essere abbastanza forti per tollerarlo.

In realtà, compiere nuove esperienze è quanto di più fortificante possiamo fare, poiché permette di mettersi in gioco, di allontanare la noia e fa sentire vivi.

Quando ci troviamo di fronte ad una situazione nuova ed incerta, non sappiamo come comportarci e, piuttosto che interessarcene, la evitiamo.

Siamo portati a pensare che ci debba essere per forza una ragione per fare qualcosa, ma in realtà non sempre serve e, anzi, ricercarla a tutti i costi impedisce di aprirsi a nuove esperienze e di crescere.

Per esplorare l’ignoto bisogna essere spontanei e lasciarsi guidare ogni tanto dall’istinto.

Potremmo essere accusati di irresponsabilità, ma non ha importanza il giudizio degli altri, nell’ottica in cui una nuova esperienza potrebbe regalarci delle meravigliose emozioni e renderci persone migliori e più felici.

Molte persone vivono la vita con rigidezza, temono ciò che non conoscono e si conformano a ciò che fanno gli altri, perché hanno paura di non essere accettati e di non compiacere le aspettative altrui.

Queste persone, però, non crescono, non cambiano mai e fanno tutto come lo hanno sempre fatto.

La rigidezza è anche madre di tutti i pregiudizi.

I pregiudizi sono solo apparentemente vantaggiosi, poiché danno sicurezza e permettono di giustificare e rafforzare il concetto secondo cui è meglio rimanere ancorati a ciò che si conosce già ed evitare ciò che è ignoto, ma in realtà sono dannosi, poiché impediscono di scoprire cose nuove e di fare esperienze che potrebbero rivelarsi entusiasmanti.

Quindi, per essere spontanei, è necessario eliminare i pregiudizi.

Anche pianificare la vita in maniera ossessiva equivale ad annientare la spontaneità.

Non bisogna permettere che i programmi diventino più importanti di noi, poiché programmare ogni attimo della propria giornata ci allontana dalle occasioni interessanti, ci conduce ad una vita tediosa e limitata, seppur rassicurante, ma soprattutto ci impedisce di vivere nel presente.

Tendiamo a programmare per avere tutto sotto controllo e per acquisire sicurezza, ma la sicurezza assoluta non esiste, in questo mondo, dato che significherebbe prevedere ogni cosa, il che sappiamo che è impossibile.

Sicurezza, inoltre, equivale a non rischiare mai, non prendere iniziative, non uscire mai dagli schemi, non provare emozioni nuove, non imparare e, quindi, non crescere.

Esiste, però, un tipo di sicurezza che è necessario raggiungere, ai fini della crescita interiore, ovvero la sicurezza in se stessi e nelle proprie capacità.

Anche quando le cose non vanno come vorremmo, se abbiamo fiducia in noi stessi, abbiamo anche la sicurezza di poter sempre contare sulla nostre forze interne e che niente, al di fuori di noi, sarà in grado di farci crollare.

Sicurezza, quindi, è la consapevolezza di essere in grado di fronteggiare qualsiasi cosa, nonostante la mancanza di mezzi e di sicurezze “esterne”.

Se però continuiamo ad essere convinti che si debba per forza avere successo, difficilmente riusciremo a vivere pienamente la vita nel presente e ad essere liberi.

Nella nostra società, abbiamo tutti un’enorme paura di sbagliare; in realtà, afferma l’autore, non esiste il fallimento, così come viene inteso dalla maggior parte delle persone.

Infatti, il fallimento è «un’opinione altrui», che indica come una cosa dovrebbe essere fatta, ma se crediamo che le cose non vadano fatte in base a parametri dettati dagli altri, allora il fallimento non sussiste.

Tutt’al più, si può fallire quando non riusciamo in qualcosa in base a quelli che sono i nostri principi, ma l’importante è non identificare il fallimento con il proprio valore.

Fallire nel tentativo di compiere qualcosa non significa fallire come persona, ma semplicemente «non essere riusciti in una data cosa in un dato momento».

La tendenza ad avere successo nella nostra cultura è governata da quattro parole: «Fai del tuo meglio!», sempre.

Questa frase, però, può impedire di percorrere strade nuove ed alternative e portare a vivere negativamente quelle già percorse.

Fare le cose nel miglior modo possibile, inoltre, è alla base della nevrotica ricerca della perfezione e della conseguente paralisi nel presente.

Magari vi sono delle attività, che facciamo con piacere ed interesse, nelle quali possiamo dare del nostro meglio, ma il perfezionismo immobilizza ed impedisce l’azione, poiché, nella volontà di fare qualcosa in maniera perfetta, sappiamo già che questo non è umanamente possibile e, quindi, ci sentiamo falliti già in partenza, non ci proviamo e rimaniamo praticamente paralizzati.

«Il solo fare è tanto più importante del riuscire».

 

Nell’educazione, non si dovrebbero insegnare la competizione, lo sforzo o il fare del proprio meglio, ma l’amore per se stessi ed il piacere nelle attività che si reputano importanti.

Imparare a valutarsi sulla base dei propri fallimenti porta a non dedicarsi a quelle attività, seppur considerate interessanti, nelle quali non riusciamo, a sviluppare tutte quelle “zone erronee” che ne conseguono (scarsa fiducia in se stessi, bisogno dell’approvazione altrui, senso di colpa, etc…) e a sentirsi incapaci e falliti.

Il fallimento è utile solo se diventa uno stimolo positivo a ritentare con determinazione nell’ottenere qualcosa che desideriamo.

“Sbagliando si impara”, si dice, eppure ci hanno sempre insegnato che non bisogna mai sbagliare e che il successo è l’unica strada da percorrere; ci hanno sempre invitato ad evitare ogni situazione nella quale potremmo fallire e a prendere la via del successo garantito.

La paura di sbagliare, perciò, non è soltanto legata alla paura di ciò che non si conosce e alla mancanza di sicurezza, ma anche al timore di essere disapprovati dalla società o di deludere qualcuno se facciamo qualcosa senza dare il massimo e senza ottenere ottimi risultati.

Quindi, l’autore suggerisce che il modo migliore per iniziare ad esplorare l’ignoto sia dapprima riconoscere il comportamento che ci porta ad evitare ciò non conosciamo, per poi cambiarlo al fine di concederci di compiere nuove esperienze, poiché «nell’ignoto risiede la crescita, lo sviluppo, sia della civiltà che dell’individuo».

Spetta solo a noi la scelta; non importa dove scegliamo di andare, l’importante è che siamo sulla nostra strada.

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Capitolo 8 – La giustizia: una trappola

La giustizia non esiste, non è mai esistita e mai esisterà, afferma chiaramente l’autore.

E’ sufficiente osservare la natura per comprendere la veridicità di questa affermazione: i ragni, ad esempio, mangiano le mosche, anche se questo non è giusto per le mosche; i terremoti o le alluvioni sono altrettanto ingiusti.

Si può decidere di essere felici oppure tristi, ma questo non ha alcun legame con la mancanza di giustizia nella nostra vita. Malgrado ciò, la esigiamo e tendiamo spesso a riconoscere nell’ingiustizia la causa della nostra infelicità. Ancor peggio, decidiamo di provare emozioni negative nel momento in cui non vediamo soddisfatta l’esigenza di giustizia che desideriamo.

Quindi, in questo caso, la «zona erronea» non è rappresentata dal bisogno di giustizia, ma dalla paralisi che deriva dal non vederla realizzata.

Nella nostra società, la giustizia viene perfino promessa. Si parla tanto di giustizia in politica e nelle leggi, ma poi, di fatto, non viene mai concretizzata e continua a non esistere.

Bisogna accettare questa condizione ed evitare di provare stati d’animo negativi che derivano dall’assenza di giustizia.

Pretenderla a tutti i costi non solo può influenzare il rapporto che abbiamo col mondo in generale, ma anche quello che abbiamo con gli altri, quindi può influire nelle relazioni.

Emblematica, a tal proposito, è la frase distruttiva “Non è giusto!”, utilizzata fin troppo frequentemente.
In genere, per arrivare a definire una cosa ingiusta, si deve aver fatto un confronto tra noi ed altre persone ed aver pensato qualcosa come: “Se lo ha fatto lui, posso farlo anche io”.

Di conseguenza, è sulla base di questo paragone che finiamo per stabilire ciò che è buono per noi.

Ogni volta che però ci confrontiamo con qualcun altro, pensando “Non è giusto!”, stiamo automaticamente affidando agli altri la responsabilità ed il controllo delle nostre emozioni.

Invece di considerare una cosa giusta o ingiusta, dovremmo fare ciò che veramente desideriamo, senza tenere conto di quello che vogliono gli altri.

Ognuno di noi è diverso e farsi prendere da emozioni negative, come l’ira o l’invidia, perché le cose a qualcun altro vanno meglio, non comporta alcun beneficio.

Bisogna smettere di paragonarsi ad altre persone, di dare troppa importanza a ciò che fanno gli altri ed iniziare a focalizzarsi solo su se stessi.

Collegata all’esigenza di giustizia, vi è poi la gelosia, un sentimento che, se eccessivo e contribuente alla paralisi nel presente, sarebbe bene eliminare.

La gelosia deriva dalla mancanza di fiducia in se stessi e fa sì che il comportamento di un altro sia la causa della nostra tristezza.

Non possiamo prevedere se il nostro partner si innamorerà di un’altra persona, tuttavia è deleterio provare rabbia e gelosia al punto tale da credere che ci sia qualcosa di sbagliato in noi e pensare che un tradimento, ad esempio, abbia a che fare con noi e con il nostro valore intrinseco.

Pretendere che gli altri si comportino come noi (“A te non farei mai una cosa simile!”), ricambiare qualcuno perché è giusto così, anche se non lo desideriamo davvero, o pensare che se qualcuno fa qualcosa, allora possiamo farlo anche noi, giustificando di fatto un nostro atto con quello di un altro (ad esempio, un furto, un’infrazione o uno sgarbo), sono alcuni dei numerosi comportamenti dettati dal bisogno di giustizia e che andrebbero eliminati.

E’ necessario iniziare a considerare la nostra vita emotiva come indipendente da quella degli altri ed agire solo in base a ciò che desideriamo, evitando di fare paragoni.

Piuttosto che lamentarci delle ingiustizie, sarebbe meglio agire in base a quello che riteniamo più opportuno per noi, dal momento che non è importante l’ingiustizia, ma ciò che facciamo per rimediare ad essa.

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Capitolo 7 – Abbattere la barriera delle convenzioni

Nella società vi sono numerosi doveri che abbiamo sempre creduto di dover seguire senza criterio.

Tuttavia, niente è assoluto, per questo non sempre le leggi hanno un senso o permettono di ottenere il meglio, eppure non siamo in grado di metterle in discussione e di decidere autonomamente cosa è bene per noi.

Può capitare che una determinata norma o regola procuri, più che un beneficio, un senso di frustrazione e di infelicità, nonostante ciò seguitiamo a rispettarla ciecamente.

Con questo, l’autore non sta invitando a trasgredire una legge o violare una norma, giacché le leggi sono fondamentali per preservare l’ordine e vivere in maniera civile, però ne esistono alcune che sono palesemente assurde, che condizionano in modo univoco il nostro modo di vivere e ostacolano il perseguimento della libertà, rendendoci “schiavi” di forze esterne.

Per comprendere quali siano queste forze esterne, l’autore introduce il concetto di centro di controllo, distinguendone uno interno ed uno esterno.

Quando il centro di controllo è esterno, significa che consideriamo qualcosa o qualcuno al di fuori di noi responsabile delle nostre emozioni; in altre parole, identifichiamo all’esterno le cause dei nostri stati d’animo.

Possedere un centro di controllo interno, invece, equivale ad essere in grado di prendersi le responsabilità delle proprie emozioni.

Leggi, norme e regole sono imposte dall’esterno, quindi sottostare ad esse in ogni circostanza vuol dire essere persone “esterne”.

Continuare a permettere a forze esterne di controllarci può condurre ad una vita di infelicità e di insoddisfazioni, per questo è necessario spostare il centro di controllo dall’esterno a dentro di noi ed iniziare ad assumerci le responsabilità di tutti i nostri stati d’animo.

Affibbiare la colpa dei nostri stati emozionali agli altri è un modo per non assumersi tali responsabilità ed è, sottolinea l’autore, una perdita di tempo, dal momento che non permette di cambiare la nostra situazione e non rende più felici.

Biasimare gli altri può condurre anche all’estremo opposto, costituito dal culto degli eroi, ovvero un’estrema ammirazione verso qualcosa o qualcuno, da cui traiamo i nostri valori.

Provare ammirazione nei confronti di qualcuno non è di per sé negativo, ma lo diventa se conferiamo a tale modello più importanza che a noi stessi, poiché diverrebbe una forma di “auto-ripudio”.

Non bisogna dimenticare che tali eroi non sono altro che esseri umani e compiono le stesse cose che facciamo noi. Nessuno è, di conseguenza, migliore di noi.

Quelli che noi riteniamo modelli di vita sono semplicemente bravi in quello che fanno, nulla di più.

È sciocco ricercare all’esterno le motivazioni dei nostri stati d’animo e, per eliminare i comportamenti volti al biasimo o alla venerazione, non solo dovremmo iniziare ad assumerci le nostre responsabilità, ma anche i nostri meriti.

«Dobbiamo essere noi gli eroi di noi stessi».

Anche le nozioni di giusto e sbagliato sono convenzioni che ostacolano il perseguimento della felicità.

Pensare che avere ragione equivalga ad essere buoni e giusti o che avere torto significhi essere cattivi e ingiusti è un’assurdità.

L’esigenza di avere sempre ragione è probabilmente da ricondurre al bisogno di certezza e di perfezione, ma in ogni caso porta ad un’esistenza priva di felicità.

Dividere il mondo in bianco o nero ed inserire le cose in determinate categorie, inoltre, non è un’attitudine di una persona dotata di intelligenza.

La tendenza a voler avere ragione è tipico dei rapporti tra gli adulti, ma se si vuole avere ragione a tutti i costi, il risultato sarà solo un’accesa discussione e l’incomprensione.

Ogni persona è diversa dall’altra e ha un proprio punto di vista, quindi per far funzionare una relazione è necessario smettere di pensare in termini di ragione e torto, poiché entrambi si basano su delle convenzioni.

Una delle principali conseguenze derivanti dal dividere tutto in giusto e sbagliato è l’indecisione.

Sentirsi indecisi deriva dall’esigenza di essere sempre nel giusto e provoca paralisi, poiché il timore di compiere una scelta o un’azione sbagliata o di fare un pensiero errato, impedisce di agire e porta a rimandare una decisione.

Dal momento che non esistono garanzie, è importante comprendere che una decisione non deve essere necessariamente giusta.

Quando ci troviamo di fronte ad un’indecisione, non dobbiamo pensare che compiere una scelta piuttosto che un’altra conduca ad un risultato giusto o sbagliato, ma piuttosto differente, quindi la decisione si ridurrà semplicemente ad un considerare quale conseguenza vogliamo in un dato momento.

Se però ci pentiamo di una scelta compiuta, stiamo sprecando il nostro tempo, mentre potremmo più utilmente valutare di prendere una decisione diversa in futuro.

«Nessuna cosa è più importante di un’altra; sono solo cose diverse».

In fin dei conti, se ci pensiamo, chi decide cosa sia giusto o sbagliato?

Anche la legge non indica se una cosa è giusta o sbagliata, ma solo se è legale.

La capacità di prendere una decisione non è il metro più valido per valutare la nostra efficacia; più importante, invece, è lo stato d’animo che proviamo dopo averla compiuta.

L’autore, a proposito dei doveri derivanti dalle convenzioni, parla di “musterbation” (da “must”, verbo inglese che significa “dovere”), un termine coniato da Albert Ellis, psicologo statunitense.

“Musterbarsi” significa comportarsi in un determinato modo solo per un dovere che abbiamo assunto dall’esterno, anche quando preferiremmo comportarci in maniera diversa.

Così come esistono le cose che si devono fare, vi sono altrettante cose che non si devono fare; è così che l’esistenza umana si riduce a puro conformismo, che presto o tardi finirà col causare ansia e tensione.

Ricordiamo che ognuno di noi è diverso e che non veniamo puniti se non siamo come altri ci hanno imposto di essere.

Un tipico esempio di dovere convenzionale inutile, ma anche nocivo, è il galateo, costituito da numerose regole e norme di comportamento spesso irrilevanti e prive di senso.

Per abbattere le convenzioni e liberarsi del bisogno di approvazione, è necessario eliminare le etichette imposte dal galateo e dare priorità a ciò che desideriamo e che riteniamo più opportuno, ponendo attenzione a non mettere l’altro in imbarazzo.

Anche obbedire ciecamente alle norme e alle leggi favorisce la resistenza delle convenzioni ed il conformismo.

Se pensiamo che numerosi fatti storici atroci furono compiuti per eseguire ordini basati su delle leggi, non è così difficile comprendere come alcune di esse siano talvolta insensate ed irrazionali.

Se ci sentiamo costretti ad aderire alle norme e ad obbedire alle leggi, senza mai metterle in discussione, allora siamo destinati ad una vita fatta di schiavitù, oltre che di infelicità.

Ovviamente l’autore non sta invitando a violare le leggi o a trasgredire tutte le norme, ma è importante che siamo noi a stabilire, in maniera critica e razionale, quando una regola è sensata ed utile per preservare l’ordine nella società e quando, invece, è possibile infrangerla, sempre senza arrecare danno a se stessi e agli altri.

E’ vantaggioso, anche per una comunità, che gli individui siano se stessi e che ognuno viva secondo i propri valori, rispettando la libertà degli altri.

Per progredire in questo senso, però, è necessario superare il bisogno di inserimento nella società e resistere alle pressione che essa esercita su di noi per farci conformare.

Questo comporta il rischio di essere etichettati dalla massa come ribelli, ma è il prezzo da pagare se vogliamo iniziare a pensare con la nostra testa e vivere in base ai nostri principi.

Ci potrebbe venir chiesto: “Se tutti agissero di testa propria, che società sarebbe?”, ma ciò non accadrà mai, poiché non obbedire alle leggi o andare contro regole e norme significherebbe essere “tagliati fuori”, disapprovati ed etichettati come sovvertitori del sistema e questo, la maggioranza, non lo sopporterebbe.

Ciò non vuole celebrare l’anarchia, ma solo conquistare maggiore flessibilità e libertà da doveri che, in alcune circostanze, risultano deleteri ed illogici.

E’ vero che è più facile stare col “gregge”, però bisogna capire che

la legge non esiste per renderci servi, ma per servirci.

Se decidiamo di vivere in nome della libertà personale e dei nostri valori, dobbiamo imparare ad ignorare le critiche, senza giungere a provare rabbia e disdegno per le scelte degli altri, ma lasciandoli pensare ed agire come meglio credono, rispettando comunque le loro decisioni, con tutta la calma possibile.

Il progresso comporta sempre la messa in discussione delle vecchie regole; se anche noi decidiamo di accogliere l’anticonformismo e di non agire più secondo norme e consuetudini, conosceremo il disprezzo degli altri, ma, come detto precedentemente, è il prezzo da pagare se vogliamo pensare in maniera autonoma ed essere finalmente liberi ed indipendenti.

 

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Capitolo 9 – Smettere, oggi, di rimandare a domani

 

Fra tutte le zone erronee, quella della procrastinazione è la più difficile da attribuire a forze esterne, poiché rimandare qualcosa dipende solo da noi, così come il tormento che deriva dal perseverare con questo comportamento.

In realtà, afferma l’autore, non esistono le cose rimandate, poiché qualcosa o si fa o non si fa.

Quando decidiamo di procrastinare, stiamo scegliendo di non fare una cosa, piuttosto che rimandarla.

E’ un atteggiamento che tutti abbiamo assunto, almeno una volta nella vita, ma non è sempre del tutto dannoso; gli aspetti negativi della procrastinazione sono più che altro rappresentati dalle emozioni e dalla paralisi che l’accompagnano.

La maggior parte delle persone, quando rimanda, prova senso di colpa ed ansia; la procrastinazione rappresenta una fuga dalla realtà, di conseguenza non permette di vivere pienamente il presente e ciò genera rabbia e frustrazione.

“Spero”, “vorrei”, “forse” sono le tipiche espressioni utilizzate da un procrastinatore.

Sperare o desiderare qualcosa non permette di concludere niente ed è solo un pretesto per non agire.

Rimandare una cosa, anche importante, è un modo per evadere dal presente, sperando che una cosa si metta a posto da sola o che una situazione migliori in un futuro che non arriverà mai.

Una situazione non si sistemerà mai da sola: se la nostra vita dovesse migliorare, sarebbe solo perché avremmo fatto qualcosa di costruttivo affinché questo si realizzasse.

Decidere di fare domani ciò che potremmo fare oggi è una buona alternativa all’effettiva realizzazione di qualcosa, ma ciò che stiamo facendo è solo prenderci in giro da soli e trovare un modo per giustificare il fatto che non stiamo facendo ciò che dovremmo o vorremmo fare, al fine di poterci accettare più facilmente e sentirci (momentaneamente) più tranquilli e a posto con la coscienza.

E’ inutile promettere a se stessi che in un domani agiremo in maniera diversa, continuando però a comportarci sempre allo stesso modo.

Tuttavia, la procrastinazione è un’abitudine, quindi può essere facilmente eliminata, poiché noi stessi l’abbiamo creata.

Esistono diversi tipi di procrastinazione, come ad esempio quello secondo cui, pur rimandando un compito, si riesce comunque a portarlo a termine entro la scadenza prevista.

Eppure, anche questo tipo di procrastinazione può celare un autoinganno, poiché si tenderà a motivare uno scarso rendimento o risultato con la scusa del “Non ho avuto abbastanza tempo”.

In verità, di tempo ne abbiamo a sufficienza, ma se lo trascorriamo lamentandoci di quanto sia difficile o sgradevole o enorme il lavoro da fare, il che è un’altra forma di procrastinazione, è ovvio che poi non ce ne rimanga per portarlo a termine.

“Il modo in cui occupi il tuo tempo indica che persona sei”.

Chi rimanda e non agisce, è spesso una persona che tende a criticare e che sta a guardare le persone che fanno, giudicandole.

La nostra cultura abbonda di “critici”, perché criticare l’operato altrui è assai più semplice dell’agire, che implica un cambiamento ed espone a dei rischi.

“Chi agisce non ha tempo per criticare”,

poiché è troppo impegnato ad agire ed anziché criticare, offre un aiuto a chi non ha altrettanto talento.

Le critiche costruttive possono anche rivelarsi utili, se forniscono la base per un miglioramento, ma limitarsi a guardare e criticare coloro che fanno e continuare a lamentarsi, piuttosto che fare, non permette di crescere e diventa solo un modo per liberarsi della responsabilità della propria inefficacia, che per di più riversiamo sulle persone che, al contrario, agiscono e si stanno impegnando.

Per imparare ad ignorare i critici, è importante prima riconoscere in noi stessi il loro comportamento ed eliminarlo, per poi iniziare ad essere persone che agiscono.

Anche la noia, che Dyer definisce “un prodotto della procrastinazione”, deriva dall’incapacità di sapere utilizzare il tempo efficacemente.

“La vita non è mai noiosa”,

per cui, se ci sentiamo annoiati, è solo perché scegliamo di esserlo. Di conseguenza, la noia è una scelta.

Quando procrastiniamo, decidiamo spesso di trascorrere il tempo presente a fare niente e questo

procura ovviamente noia; in realtà, potremmo decidere di fare qualsiasi altra cosa, invece che fare nulla.

Quando ci sentiamo annoiati, tendiamo a dare all’ambiente la colpa della nostra noia, ma in realtà siamo noi che ci sentiamo tali.

Se scegliessimo di utilizzare la testa in maniera creativa e di focalizzare le nostre energie fisiche e mentali nel fare qualsiasi cosa, smetteremmo di provare noia; sta a noi scegliere.

Quindi, per eliminare una volta per tutte la procrastinazione dalla nostra vita, l’autore invita innanzitutto a focalizzarsi sul presente, smettendo di pensare ad impegni a lungo termine e dedicando ogni giorno almeno 5 minuti alla cosa che vorremmo fare, ma che stiamo rimandando.

Semplicemente iniziare aiuta subito a superare l’ansia legata alla procrastinazione e magari permette di scoprire che quella cosa che stavamo rinviando da molto tempo, in realtà ci dà soddisfazione.

Inquadrare il presente serve anche a comprendere quali siano le motivazioni e le paure alla base della nostra procrastinazione, quindi ad individuare ciò che stiamo evitando, ma che dovremmo affrontare con coraggio.

Per smettere di procrastinare, inoltre, bisogna eliminare il perfezionismo e smettere di utilizzare l’esigenza di voler fare una cosa per bene come scusa per non farla.

Ricordiamo che il fare è più importante del fare bene.

In conclusione, se vogliamo che la nostra vita cambi, così come il mondo intorno a noi, dobbiamo smettere di lamentarci, di criticare, di giudicare gli altri, di sperare o desiderare ed iniziare ad agire!

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Capitolo 10 – Dichiarare l’indipendenza

Da sempre, la società non fa che insegnare a non fidarci di noi stessi e a dipendere dagli altri.
Alla luce di ciò, una delle più grandi difficoltà della vita è l’abbandono del nido familiare, poiché implica il diventare autonomi ed indipendenti.

Essere psicologicamente indipendenti significa essere liberi da qualsiasi dovere, vivere come più si desidera ed essere se stessi.

Se un rapporto ci impedisce di scegliere di essere e di fare ciò che vogliamo e provoca in noi senso di colpa, risentimento, frustrazione ed infelicità, allora si tratta di un rapporto di dipendenza psicologica e non dovrebbe essere coltivato, poiché costituisce un rapporto malsano.

Nell’indipendenza psicologica, non si avverte il bisogno degli altri (che non significa rifiutare gli altri, ma solo non averne bisogno); se invece gli altri costituiscono una necessità, allora diventiamo dipendenti, schiavi ed emotivamente manipolabili, poiché facciamo dipendere i nostri stati d’animo da forze esterne.

Nel regno animale, fare i genitori significa insegnare alla prole ad essere autonomi ed indipendenti, per poi lasciarla andare; negli esseri umani, i genitori, credendo che i figli siano una loro proprietà, tendono a crescerli ed educarli, ma non ad abbandonarli facilmente.

Se ciò che vogliamo è che i nostri figli imparino ad avere fiducia in se stessi, allora noi per primi dobbiamo credere in noi stessi, dato che per loro rappresentiamo il primo modello di comportamento.

Se però tendiamo a sacrificarci per gli altri, a nostro svantaggio, stiamo dando più importanza agli altri che a noi stessi, quindi stiamo insegnando ai nostri figli a non avere fiducia in se stessi e gettando le basi per la loro dipendenza psicologica.

I figli, ad un certo punto, avvertono la naturale necessità di abbandonare il nido familiare e vivere in maniera indipendente, ma se i denominatori comuni dell’educazione sono stati la possessività e il sacrificio di sé, allora l’abbandono della famiglia finirà per rappresentare un atto difficile e doloroso.

L’educazione familiare è una fase importante del processo di crescita, ma rimane pur sempre uno stadio, che dovrà terminare con l’abbandono, senza procurare senso di colpa.

I genitori, quindi, dovrebbero smettere di considerare i figli come una proprietà e accettare la separazione da essi come un momento indispensabile per la loro crescita e la conquista della loro indipendenza.

In una famiglia in cui si favorisce l’indipendenza, non si esortano i figli ad avere sempre bisogno dei genitori e non si obbligano a stare con loro; i genitori ritengono normale che essi vogliano conquistare la propria autonomia, non tendono a manipolarli, instillando senso di colpa, e sussiste il rispetto per la sfera privata di ogni membro, non la pretesa di condividere ogni cosa.

Infine, non risparmiano ai figli tutte quelle difficoltà grazie alle quali hanno raggiunto la fiducia in se stessi, poiché le ritengono importanti esperienze di crescita.

Un genitore non è una persona a cui appoggiarsi,

ma qualcuno che insegna ai propri figli a non aver bisogno di appoggi.

Anche nel matrimonio può instaurarsi un rapporto di dipendenza.

Spesso il matrimonio si configura come un legame di dominio-sottomissione, in cui uno cerca di dominare sull’altro, oppure può risultare nel tentativo dei due coniugi di fondersi in un un’unica persona.

In entrambi i casi, comunque, non viene preservata l’indipendenza, che invece è il risultato di una relazione in cui le due parti, che hanno fiducia in se stesse, favoriscono la reciproca indipendenza e condividono la propria felicità.

La maggior parte delle persone disdegna il matrimonio, vedendolo come un ostacolo alla propria libertà personale e come un insieme di doveri e di regole, ed un matrimonio duraturo non è detto che coincida con un matrimonio riuscito, poiché spesso le persone rimangono sposate per paura, inerzia o dovere.

Un matrimonio fondato sul vero amore è un rapporto in cui ognuno è libero di essere se stesso e di compiere le proprie scelte, in cui non esistono pretese, imposizioni o prevaricazioni ed in cui viene promossa la reciproca indipendenza, non la dipendenza, che ha poco a che fare con l’amore.

Tra l’altro, l’autonomia ed un po’ di distanza in un rapporto tendono a consolidarlo.

Ciò che molti non sanno è che la dipendenza è una scelta: all’interno di un rapporto di subordinazione, siamo noi che permettiamo agli altri di comandarci e di essere trattati come siamo sempre stati trattati.

Urlare, minacciare, instillare il senso di colpa, ma anche tenere il broncio, piangere o andare via, sono tutti comportamenti volti a mantenere la condizione di dominio-sottomissione e per ottenere dal partner ciò che si vuole.

È  solo permettendo a se stessi di essere manipolati che insegniamo all’altro a manipolarci; è tuttavia possibile insegnare agli altri ad essere trattati esattamente come vogliamo essere trattati.

Innanzitutto, bisogna stabilire che ruolo vogliamo all’interno di un rapporto, considerando anche i compromessi, ma evitando quelle posizioni che ci porrebbero in uno stato di completa sottomissione.

E’ importante far comprendere alle persone da cui dipendiamo psicologicamente quali stati d’animo proviamo nel subire la manipolazione, quindi affrontarle, facendo ciò che vogliamo noi, per poi osservare la loro reazione.

E’ molto probabile che si incorrerà nella disapprovazione altrui, ma se ce lo aspettiamo, saremo più facilitati nella continuazione di questo percorso per liberarci dello stato di dipendenza.

Non dobbiamo sentirci obbligati a fare qualcosa solo perché si tratta di certe persone (genitori, partner, parenti, …), ma quando lo desideriamo davvero, poiché è un comportamento più sincero ed apprezzabile.

Anche dal punto di vista economico, è preferibile essere autonomi, poiché se siamo costretti a chiedere a qualcun altro del denaro, allora diventiamo schiavi.

Se ciò che vogliamo è coltivare una nostra sfera privata, non dobbiamo per forza condividere tutto con gli altri, anche se si tratta del partner. Siamo unici e ci saranno senz’altro delle cose che desidereremmo tenere per noi stessi.

Così come noi dovremmo lasciarci andare e fare ciò che desideriamo, allo stesso modo bisogna lasciare che gli altri siano se stessi e facciano ciò che vogliono.

Ricordiamo che

non è compito nostro rendere gli altri felici,

poiché la felicità dipende solo da se stessi, e far dipendere la nostra felicità unicamente da cose o persone, significa affidare a forze esterne il controllo dei nostri stati d’animo, che è il primo errore da evitare se si vuole raggiungere la felicità autentica.

Più abbiamo fiducia in noi stessi, tanto più diventiamo indipendenti; quanto più siamo indipendenti, tanto più otteniamo rispetto dagli altri.

Capitolo 11 – Un addio all’ira

 

Con la rabbia non si ottiene nulla, esordisce l’autore.

Sarà capitato a tutti di provarla ed anche di giustificarla, dicendo a noi stessi che, in fin dei conti, è umano arrabbiarsi e che se la si sopprime, rischia di farci venire un’ulcera.

In verità, arrabbiarsi non è poi così umano, dal momento che non abbiamo bisogno dell’ira e che non è affatto utile al perseguimento della nostra felicità o di qualsiasi altro obiettivo.

Di conseguenza, si configura a tutti gli effetti come una “zona erronea”.

Con ira si definisce un’emozione paralizzante che proviamo nel momento in cui le nostre aspettative non sono vengono soddisfatte e deriva, generalmente, dalla volontà che qualcosa o qualcuno sia diverso da com’è o, in altre parole, che sia esattamente come lo desideriamo.

Ancora una volta, come la maggior parte delle zone erronee, la rabbia, oltre ad essere una (cattiva) abitudine, è una scelta.

E’ un modo appreso di reagire alle insoddisfazioni della vita, peraltro deleterio sia dal punto di vista fisico, in quanto provoca tutta una serie di sintomi debilitanti (es. ulcere, tachicardia, ipertensione, …), sia dal punto di vista psicologico, poiché fa perdere il controllo, rovina i rapporti, genera emozioni negative, come la depressione, e in generale peggiora la qualità della vita.

Sicuramente, è meglio dare sfogo alla rabbia, piuttosto che sopprimerla internamente, ma c’è un’alternativa ancora migliore, ovvero non provarla affatto.

Come detto poco fa, l’ira è una scelta, quindi, quando ci troviamo di fronte ad una situazione frustrante, scegliamo, tra le vari emozioni, quella della rabbia, poiché pensiamo sia quella più vantaggiosa in quel momento, e finché penseremo che la rabbia fa parte dell’essere uomo, allora tenderemo ad accettarla e a pensare di non poterci fare nulla.

Invece, possiamo decidere di pensare in modo differente e di sostituire l’ira con delle emozioni più positive.

Dato che il mondo non sarà mai come lo vogliamo noi, è chiaro che ci troveremo a provare irritazione e delusione in più occasioni, ma la rabbia può e dovrebbe essere eliminata.

E’ sbagliato pensare che l’ira possa farci ottenere quello che vogliamo; qualche volta potremmo pure riuscirci, ma arrecandoci solo danno fisico e psicologico.

In ogni caso, la rabbia sicuramente non serve per cambiare le altre persone, anzi alimenta soltanto negli altri il desiderio di affermare se stessi, i quali continueranno a comportarsi come sempre.

Quando scegliamo di provare rabbia di fronte ad un comportamento altrui che non ci piace o che non soddisfa le nostre attese, non stiamo facendo altro che ostacolare l’altro nell’essere se stesso.

Dobbiamo capire, però, che gli altri sono diversi e non saranno mai come li vogliamo noi e che quando scegliamo l’ira, stiamo soltanto scegliendo di arrecarci danno e di farci paralizzare dalla realtà.

Inoltre, gli altri devono poter esprimere se stessi in ogni situazione.

Probabilmente, ci saranno dei comportamenti per i quali proveremo nervosismo, ma arrabbiarsi non servirebbe a nulla, se non ad alimentare questi stessi modi di fare.

Può darsi che, piuttosto, si tenda a tenere dentro la rabbia, ma alla base di tale scelta vi sono gli stessi pensieri che caratterizzano coloro che decidono di esternarla, per cui il discorso è il medesimo: bisogna cambiare modo di pensare.

Esercitandosi a pensare in maniera differente, giungeremo alla conclusione che non vale la pena lasciarsi prendere dall’ira a causa di comportamenti altrui o situazioni frustranti.

Se abbiamo stima di noi stessi e rifiutiamo di lasciarci influenzare dagli altri, non saremo più schiavi dell’ira.

Un altro modo per evitare di arrabbiarsi è semplicemente fare il suo contrario, cioè ridere.

Ridere fa bene all’anima, afferma Dyer; è probabile che prendiamo la vita troppo sul serio, ma saper ridere è una prerogativa di chi affronta la vita con umorismo e distacco di fronte alle situazioni difficili.

In fin dei conti, che decidiamo di arrabbiarci o di ridere, le cose non cambiano, ma se scegliamo di ridere, sicuramente non ci staremo arrecando del danno e riempiremmo le nostre giornate di felicità, aiutando a ridere anche coloro che vivono intorno a noi.

Ricordiamo che il nostro tempo è prezioso e che, se decidiamo di trascorrerlo da adirati, lo stiamo solo sprecando.

Non ci deve essere per forza una ragione per ridere; l’importante è farlo! J

Quindi, per debellare l’ira, quando ci troviamo di fronte a persone, cose o situazioni che ci incitano a scegliere la rabbia come risposta, bisogna innanzitutto prendere consapevolezza di ciò che stiamo per pensare e cambiarlo con delle alternative più sane e che risultino in stati d’animo diversi e positivi.

Possiamo anche scegliere di rimandare l’ira, iniziando ad acquisire la capacità di controllarla, oppure, se qualcosa proprio non ci piace, di sfruttare l’occasione per cambiarla, quindi agendo invece che provando rabbia

Come già affermato, le cose non potranno mai andare come vogliamo noi e gli altri sono come sono e hanno il diritto di esserlo, quindi è inutile arrabbiarsi, dal momento che non cambia né le cose, né le persone. D’altro canto, anche noi abbiamo diritto di essere noi stessi.

Se ci capita di ricadere nell’ira, dobbiamo riconoscere che si tratta di un comportamento sbagliato e promettere a noi stessi che faremo in modo che non accada più.

Smettiamo anche di riporre troppe aspettative negli altri o nelle situazioni, così si eviterà di rimanere delusi e frustrati, quindi adirati.

Infine, amiamo noi stessi, poiché è la condizione fondamentale per giungere alla scelta consapevole e razionale di non adirarsi.

L’ira non serve a niente, se non a giustificare ancora una volta i nostri stati con qualcosa di esterno; è solo un ulteriore ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo di vita più importante: essere felici.

 

Marica Malerba

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