Sara Roversi
Sara Roversi

Coronavirus: Curve epidemiche, Picco in Italia, Tassi mortalità e Farmaci

Indice

Il Coronavirus, o SARS-CoV-2, ha raggiunto anche l’Europa e si registra un altissimo numero di contagi in ormai tutti i Paesi dell’Eurozona, prima fra tutti l’Italia. Qui i casi di COVID-19 hanno ormai superato i 20 mila e causato oltre 1800 morti. Le misure prese dal governo potrebbero forse diminuire il numero di contagi, ma lo si saprà solamente nei prossimi giorni. I casi di Coronavirus in Italia sono cresciuti esponenzialmente, con un modello molto simile a quello osservato inizialmente in Cina. Qui in questo momento si osserva una netta diminuzione mentre noi stiamo per raggiungere il picco. Se si vuole capire che cosa accadrà ora in Italia (e con qualche settimana di ritardo, nel resto degli Stati europei), bisogna prendere ad esempio il modello della Cina.

COVID-19 Curve Epidemiche: Cina

In Cina, i primissimi casi di COVID-19 risalgono probabilmente a novembre. Ma solo verso dicembre i medici iniziano a rilevare alcune forme di polmoniti atipiche non riconducibili ad alcun virus conosciuto. Il numero di casi è decisamente maggiore (curve grigie) di quello rilevato dai medici. Questo perché non tutte le persone sviluppano la polmonite e la malattia in molte persone non viene diagnosticata, contribuendo alla diffusione. Di conseguenza il numero di casi rilevati dalle autorità sanitarie (curve arancioni) è sempre molto inferiore al numero reale di casi.

covid cina
Fonte: Journal of American Medical Association, basato su dati di casi grezzi del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie

Il 21 gennaio, le autorità bloccano la città di Wuhan per contenere la nuova epidemia, ma ormai l’infezione si è diffusa praticamente in tutto il mondo. Ancora non lo sappiamo, ma alcune persone hanno portato l’infezione in Europa. Il giorno dopo (22 gennaio) altre 15 grandi città vengono poste in lockdown, una misura importantissima e che ha subito effetto. Il numero di contagi diminuisce, anche se paradossalmente ne vengono diagnosticati molti di più per 2 motivi:

  • l’aumentata capacità diagnostica dei laboratori
  • un maggior numero di persone che si recano dal medico avendo sviluppato sintomi importanti (polmonite)

Quindi, secondo la curva arancione, per altri 10-12 giorni la curva dei contagi sembra aumentare in modo esponenziale. In realtà ad aumentare erano solo le diagnosi ed i numeri di nuovi infettati diminuiva gradualmente. Quindi, c’è differenza tra casi reali e casi ufficiali: le drastiche misure prese dalle autorità cinesi hanno diminuito i nuovi contagi e contribuito a contenere l’epidemia. La Cina ed i Paesi del sud-est asiatico (Hong-Kong, Giappone, Thailandia, Taiwan) hanno imparato dalle precedenti epidemie di coronavirus (SARS del 2003, MERS del 2012) e hanno attuato immediatamente misure aggressive. Questo per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, temendo uno scenario simile a quello già sperimentato nelle passate epidemie.

Novità: vedi Plasma iperimmune per combattere il Coronavirus

COVID-19 in Italia: misure prese e scenari possibili

Prendendo come modello l’andamento epidemico della Cina, che cosa ci sarà da aspettarsi in Italia nelle prossime settimane? L’Italia è stato il primo Paese europeo ad essere colpito da un gran numero di casi di malattia. Soprattutto, ha eseguito un enorme numero di tamponi per rilevare i casi, a differenza degli altri Paesi europei che hanno adottato un approccio più “lassista“.

Tassi di mortalità in Cina e in Italia

Attualmente il tasso di mortalità del nuovo coronavirus SARS-CoV-2 è intorno al 3-4% anche se sembra molto più alto, perché siamo a conoscenza di tutti i deceduti a causa del virus ma non di tutti i casi reali di infezione. È interessante osservare che la mortalità nei Paesi europei si attesta (considerando il probabile numero reale di casi) intorno al 3-4%. In Cina e nel sud-est asiatico (i Paesi colpiti in passato e quindi più pronti a gestire l’epidemia ed a prendere contromisure drastiche) la mortalità è tra 0,5-1%. Questo dato indica chiaramente che i Paesi che non agiscono rapidamente per contrastare il contagio avranno un tasso di mortalità 10 volte maggiore.

Circa il 10% dei contagiati da SARS-CoV-2 necessita di ossigeno supplementare (mascherina) e di ricovero ed il 5% ha bisogno di essere ricoverato in terapia intensiva ed intubato per sopravvivere. Ciò significa che su 10.000 contagiati, 500 persone dovranno essere attaccate ad un respiratore, intasando le terapie intensive ed esponendo a rischi enormi gli operatori sanitari. Questo è ciò che sta accadendo adesso in Italia.

Distanziamento sociale come misura principale per contenere il contagio

La misura più efficace da prendere per evitare il contagio è il distanziamento sociale, ovvero evitare contatti fisici con altre persone. Il virus non può sopravvivere per più di qualche ora al di fuori del corpo umano e per diffondersi ha bisogno dell’uomo come vettore. Senza l’uomo, la diffusione si blocca, come è avvenuto in Cina: stare a casa e non avere contatti sociali può fermare l’epidemia.

Considerando il modello cinese, anche in Italia ci vorranno 10-12 giorni dal momento del blocco totale per osservare una diminuzione dei casi di malattia. Ciò ammettendo che tutte le misure di contenimento e di quarantena vengano rispettate (cosa che non sempre sta accadendo). Purtroppo questa decisione è stata presa in ritardo in Italia. Anche gli altri Stati europei, che avrebbero potuto imparare dal caso italiano, non hanno recepito l’importanza dell’interruzione dei contatti sociali. Adesso, per molti di loro è tardi per bloccare l’epidemia: come è evidente dal grafico, per ogni giorno di ritardo nel bloccare i contatti sociali i casi nel lungo periodo possono aumentare anche del 40%. Il che significa non solo un aumento del numero dei morti, ma anche un aumento delle persone che sono costrette al ricovero in ospedale. Di conseguenza alte probabilità di saturazione e di collasso del sistema sanitario (l’eventualità più temuta).

Picco in Italia: quanti contagi e quando?

Considerate le politiche del governo che stanno limitando fortemente (ma non completamente) i contatti sociali, si stima che il picco di contagi in Italia sarà raggiunto intorno al 24 marzo, con circa 40 mila persone che avranno contratto il COVID-19. Altre stime tuttavia parlano di un picco più precoce (18 marzo) e con un numero di casi molto maggiore (100 mila persone). Queste sono solo stime: le variazioni potranno essere molto ampie, considerata l’impossibilità di conoscere il reale numero di persone contagiate ed il possibile impatto delle misure attuate dal governo.

 

La sfida maggiore attualmente non è quella di evitare il picco, ma quella di diluirlo in un numero di giorni più ampio. Ciò in modo da dare sollievo al sistema sanitario e impedire l’elevato numero di accessi al pronto soccorso che potrebbe mandare in crisi l’intero sistema. Se l’obiettivo di evitare un picco critico avrà successo, è probabile che l’epidemia sarà più lunga ma anche più sostenibile per gli ospedali, traducendosi quindi in maggiori capacità di assistenza e minore mortalità.

La settimana peggiore, per la sanità italiana, sarà quella dal 16 al 21 marzo, quando non saranno ancora visibili gli effetti delle misure imposte dal governo.

COVID-19 in Italia, quali le maggiori criticità

Al momento a dare le maggiori preoccupazioni è il sud, meno dotato dal punto di vista sanitario ed organizzativo. Nel nord Italia – nonostante lo sforzo delle autorità rallentare il più possibile le infezioni – il picco dei contagi è quasi stato raggiunto con una faticosa tenuta da parte delle strutture sanitarie. Nelle regioni del sud, invece, la speranza è che la crisi possa essere evitata grazie alle misure attuate. La fuga (letterale) dalle regioni del nord di decine di migliaia di cittadini del sud Italia, come effetto della bozza di Decreto circolata prematuramente, ha messo in grave pericolo le strutture sanitarie già fragili delle regioni del Mezzogiorno.

Fonte: Corriere della Sera 16 marzo 2020

Nelle regioni del sud, la corsa ai posti letto potrebbe causare il collasso degli ospedali. Quindi la sfida maggiore è evitare del tutto il picco di contagi tenendo sotto controllo i focolai già presenti e isolando i positivi. Ma per fare questo, è necessario che tutti gli italiani (da nord a sud, nessuno escluso) riscoprano il proprio senso civico e di responsabilità collettiva.

Difficile al momento dire quando finirà l’emergenza. Se tutti rispetteranno le regole (mai come in questo momento è necessario senso civico) e se il sistema sanitario nazionale reggerà durante questa fase più critica, potremmo uscire dall’emergenza verso la fine di aprile, secondo le previsioni più ottimistiche. Poi, ci sarà da gestire la coda di contagi e qualche piccolo focolaio finale, che inevitabilmente seguono la riapertura della vita sociale. Nessuno dovrà commettere l’errore di pensare che tutto sia finito. Vedi anche: Calendario pensioni INPS 2020 e Coronavirus

Farmaci per il Coronavirus

Non esiste un farmaco specifico per le infezioni da SARS-CoV-2 anche se nelle ultime settimane si è fatta sempre più strada la possibilità del funzionamento di Avigan. Alcune molecole possono essere utili come terapia sperimentale (l’uso per certe patologie di farmaci non concepiti inizialmente per tale scopo viene definito “off label“). I medici stanno sperimentando molecole anti-HIV (Lopinavir, Ritonavir) e l’anti-Ebola Remdesivir per bloccare la replicazione virale. Si stanno utilizzando anche i farmaci antimalarici (clorochina) per contrastare la massiccia infiammazione provocata dal Coronavirus, che è causa delle gravi polmoniti che hanno colpito molti pazienti.

Molte speranze sono riposte nel farmaco biologico Tocilizumab, finora impiegato nel trattamento dell’artrite reumatoide e generosamente offerto gratuitamente dall’azienda farmaceutica Roche a tutte le regioni che ne fanno richiesta. Il Tocilizumab ha dimostrato di migliorare le condizioni polmonari di molti pazienti. Ma cosa hanno in comune una malattia infiammatoria ed un’infezione virale? Il denominatore comune è proprio l’infiammazione. In certi soggetti, l’infezione da Coronavirus causa una massiccia produzione di citochine. Queste sono sostanze che aumentano la risposta immunitaria e che infiammano i polmoni causando la produzione di liquido negli alveoli (edema polmonare). La causa delle gravi polmoniti provocate dal virus è proprio la risposta infiammatoria eccessiva e sregolata, per cui i farmaci antinfiammatori possono essere di aiuto nel ridurre l’infiammazione polmonare.

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