Dolore cronico: cos’è nuove possibilità di identificazione e di terapia

Che cos’è il dolore cronico?

Il dolore viene definito cronico quando persiste dopo la guarigione oppure quando non è collegato ad una patologia scatenante; la sua fisiopatologia è collegata a meccanismi di auto-mantenimento che sostengono la stimolazione dei nervi (nocicettori) anche al termine, o in assenza, della causa scatenante. A differenza del dolore acuto – che è sintomo di danno o patologia ed ha la funzione di segnalare tempestivamente un problema – il dolore cronico non ha una finalità di salvaguardia dell’integrità tissutale e viene quindi considerato una malattia a sé stante, che richiede una terapia mirata, solitamente antalgica.

Il dolore cronico è una patologia invalidante che colpisce il 20% circa degli italiani, peggiora in modo significativo la qualità della vita e può causare stati depressivi e di cambiamento della personalità, con impatto sulla vita sociale e relazionale del paziente. Non sempre, però, il dolore cronico è privo di causa: frequentemente si accompagna a malattie osteo-artrosiche, reumatiche, oncologiche e metaboliche.

Esistono diverse tipologie di dolore cronico: si definisce nocicettivo quando è provocato da un danno tissutale che attiva le terminazioni nervose sensoriali, mentre è neuropatico se deriva da disfunzioni del sistema nervoso centrale/periferico. Il dolore viene definito psicosomatico se lo stimolo doloroso deriva (oppure è accentuato) da situazioni come l’ansia, lo stress, la depressione. Il dolore cronico può anche essere misto, ovvero comprendere tutte e tre le componenti.

L’attuale terapia del dolore

Il dolore cronico è inutile e disfunzionale e viene trattato con una serie di interventi mirati a ridurlo: si ricorre principalmente ai farmaci ma anche alla chirurgia, alla fisioterapia ed alla psichiatria (nei casi in cui il dolore abbia una componente psicologica). I farmaci più utilizzati per il dolore nocicettivo sono gli antinfiammatori non steroidei (FANS) mentre il dolore neuropatico è trattato più efficacemente con gli antidepressivi e gli antiepilettici.

Per poter attuare una terapia efficace è però necessario stimare il dolore che prova il paziente, una valutazione decisamente articolata e resa molto difficile dal gran numero di fattori che contribuiscono alla modulazione del dolore. Nella valutazione si tiene conto dell’interferenza con le attività quotidiane e con il sonno; molto spesso si ricorre ad una scala da 1 a 10 in cui il paziente attribuisce al proprio dolore un valore numerico, ma si tratta di un approccio poco standardizzabile che dipende moltissimo dallo stato psicologico del soggetto.

Un esame del sangue può identificare il dolore cronico e stabilire il trattamento adeguato

La valutazione del dolore cronico è difficile nei soggetti collaboranti ed è praticamente impossibile nei pazienti pediatrici o non vigili, e negli animali, che non possono comunicare in modo adeguato il loro dolore. Dall’Università di Adelaide, Australia, arriva però un nuovo test – un semplice esame del sangue – che può identificare immediatamente ed obiettivamente il dolore cronico, attraverso lo studio del “colore” delle cellule immunitarie che sono in grado di ricevere i segnali dello stimolo doloroso in atto.

Un team di ricerca dell’Australian Research Council Centre of Excellence for Nanoscale BioPhotonics, guidato dal neuroscienziato professor Mark Hutchinson, ha scoperto che nelle cellule immunitarie periferiche il dolore causa cambiamenti molecolari nei biomarcatori, modificazioni che possono essere valutate attraverso l’analisi di imaging iperspettrale. Il nuovo test si chiama painHS e si basa sul principio – assolutamente nuovo e derivato dall’osservazione empirica – che le cellule immunitarie cambino il loro colore a seconda della presenza o assenza di dolore.

Inoltre, come spiega il professor Hutchinson, questo strumento può anche guidare il trattamento farmacologico: ipotizzando che le cellule periferiche siano coinvolte nella trasmissione del dolore a livello centrale, invece che concentrarsi sui farmaci che sopprimono il dolore a livello nervoso si potrebbero sviluppare molecole che affrontano il dolore di tipo immunitario. Le implicazioni sono interessanti, così come le possibili applicazioni, che spaziano dalla diagnosi di dolore cronico in soggetti non comunicanti (bambini, anziani con demenza, animali), fino allo studio di una nuova categoria di farmaci antidolorifici.

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