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Ilenia Zelin
Ilenia Zelin

Ictus: caratteristiche, interventi, riabilitazione e proteina C3a

Indice

Ad oggi moltissimi sono gli studi in corso su una patologia come l’ictus. Recentementeun team di scienziati ha pubblicato una ricerca sulla rivista Brain. I risultati sono incoraggianti e riguardano la risoluzione della problematica ed il ripristino delle funzioni fisiologiche alterate.

Icutus, caratteristiche

L’interesse per questa tipologia di patologia è dovuto anche alle conseguenze che questa lascia nell’organismo. La morte neuronale comporta, infatti, la perdita di molte funzioni. Un esempio può essere la paresi di un arto, che è molto debilitante per la persona che risulta essere impedita nei movimento della quotidianità. Le funzioni compromesse possono essere recuperate solamente nel caso in cui ci sia una riorganizzazione generale efficiente che permetta la formazione di nuovi contatti sinapsici tra i neuroni che sono sopravvissuti.

L’ictus si verifica a seguito di una scarsa perfusione sanguigna al cervello che ha come conseguenza la morte delle cellule. Rappresenta, purtoppo, anche una delle principali cause di morte nei soggetti in età anziana.

Se ne possono individuare due differenti tipologie: quello ischemico ed emorragico. Il primo è causato da causato, in particolare, da un insufficiente afflusso di sangue,. Entrambi portano il cervello a non funzionare più in modo adeguato. Infatti, i neuroni non ricevono sostanze fondamentali quali glucosio ed ossigeno, impiegati in genesi e trasmissione dei segnali.

Ictus, interventi

Quali sono i principali interventi in presenza di icuts? Sicuramente la terapia più tradizionale è quella riabilitativa, ma recentemente è stata proposta una nuova proteina, la C3a. Come vedremo in seguito, questa proteina è in grado di aumentare la protezione dei neuroni che non hanno ancora subito danni gravi.

Riabilitazione

Per tamponare i danni è necessario intervenire in modo tempestivo.  Con ictus ischemico solitamente si interviene con un farmaco dalle proprietà fibrinolitiche. In situazioni emorragiche, invece, è necessario ricorrere con pratiche più invasive come l’intervento chirurgico.

Se la prima scelta di intervento porta ad i risultati sperati e stabilizza la situazione, si può cominciare con la vera e propria riabilitazione in modo di andare a riprendere la funzionalità degli arti che avevano subito compromissione, alla rieducazione posturale e a riprendere il controllo nella camminata. Oltre a questo non sono sicuramente da non trascurare è ciò che riguarda tutta la sfera delle comunicazioni (capacità di parola, espressione, lettura, scrittura ed abilità di calcolo).

Proteina C3a

Il primo punto fondamentale da ricordare è che una parte del sistema immunitario umano è formata da proteine definite “del complemento” che hanno il ruolo di affiancare i vari anticorpi nella lotta contro le differenti tipologie di infezioni oltre che di partecipare ai diversi processi plastici a livello sinaptico in modo di andare a dar luogo al ricercato e sperato fenomeno sopra citato.

Una di queste è il frammento peptidico C3a che è formato da 77 aminoacidi. Questo si attiva dopo l’ictus con lo scopo di andare a proteggere i neuroni che non hanno subito gravi lesioni ed andare a stimolare diversi fattori di crescita neuronale tra cui il famoso NGF (Nerve growth factor) che è stato scoperto da Rita Levi Montalcini.

Marcela Pekna è stata la coordinatrice del gruppo di ricerca e afferma con sicurezza che più sono, dal punto di vista numerico, le nuove sinapsi che si vengono a formare maggiore sono le possibilità che i neuroni di interesse possano recuperare le funzioni che temporaneamente erano state perdute ripristinando un beneficio nel soggetto interessato e permettendogli di eseguire le normali attività.

Approcci sperimentali: proteica C3a

Gli esperimenti sono stati condotti su un gruppo di roditori. In particolar modo si è andati ad osservare i topi prendendone un campione di 28 esemplari che erano stati tutti colpiti da ictus. A 14 di questi (metà campione) era stata data la proteina C3a mentre ai restanti si era deciso di somministrare solamente il placebo per cui una molecola priva dell’attività di interesse. Le conclusioni hanno evidenziato che i primi avevano avuto un recupero in tempi nettamente migliori rispetto l’altra parte di animali.

Per tutti questi motivi si sta valutando la possibilità di poter somministrare la proteina in questione anche agli esseri umani. La speranza è quella di ottenere effetti analoghi a quelli osservati sugli animali. Tuttavia,  nel corso del tempo, si renderebbe necessario abbattere i costi di produzione che ad oggi sono molto elevati e che impediscono che questo farmaco diventi alla portata di tutti e che sia facilmente accessibile.

Andando a studiare la farmacocinetica e la farmacodinamica si è notato che la somministrazione potrebbe avvenire anche una settimana dopo rispetto la comparsa del fenomeno. La via preferita è quella intranasale che è stata scelta per questioni strettamente di farmacocinetica. Se andassimo a sommistrare questa tipologia di peptide per via endovenosa oppure orale (via che solitamente viene preferita dal paziente a causa della sua comodità) si potrebbero riscontrare diverse problematiche collegate ai processi di assorbimento e distribuzione che porterebbero il farmaco a giungere nella zona di interesse in dosi non sufficienti a risolvere la problematica o, addirittura, inattivo.

Sistemi del complemento, panoramica

Per capire meglio il meccanismo alla base di questo sistema è necessario andare a vedere, a grandi linee, quali sono i concetti che stanno alla base del sistema del complemento. Per prima cosa, quando si parla di questo argomento si intendono un insieme di anticorpi indispensabili per il sistema immunitario. Questo è costituito da un numero di proteine (circolanti e di membrana) pari, circa, a trenta.

Il meccanismo normale prevede, in caso di necessità, l’attivazione a cascata dei suoi componenti che danno luogo a fenomeni come la lisi cellulare batterica o virale ed il reclutamento di varie cellule immunocompetenti, come, ad esempio, quelle fagocitarie, i linfociti B ed i linfociti T.

Il C3 è uno di questi fattori e si trova a livello plasmatico a concentrazioni piuttosto elevate. Dal punto di vista strutturale è formato da due catene: alfa e beta (in cui sono presenti i primi residui della sequenza). I frammenti di C3b non hanno attività catalitica e non sono determinanti in alcun modo per i fenomeni di lisi cellulare.

Unite, formano 13 domini (sei per la catena alfa, sei per la beta e uno comune). Come il C5a, può avere un ruolo anafilotossinico. Aumentando la permeabilità vascolare, infatti, aumenta anche la presenza delle specie reattive dell’ossigeno che, a loro volta, stimolano la liberazione di istamina da parte delle cellule bianche del sangue e di IL1, IL6 e TNF?

Se questo valore subisce un incremento si può ricercare la causa in termini di: malattia autoimmune, infiammazioni oppure infezioni croniche. Se diminuisce, invece, potrebbe esserci la presenza di situazioni come: epatopatie, nefropatie od anemia emolitica autoimmune.

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