Omeopatia: rimedi, principi, prodotti e storia della medicina alternativa

L’omeopatia, la più conosciuta e diffusa delle medicine alternative, sta negli ultimi anni ottenendo sempre più consensi da parte del grande pubblico. Ma cos’è davvero l’omeopatia? Quali sono i suoi principi?

Per capire cos’è esattamente l’omeopatia si può partire dall’origine del nome: esso deriva dal greco “omòios” (simile) e “pathos” (malattia), lasciando intuire che il principio fondante dell’approccio omeopatico sia che la terapia debba essere simile alla malattia.

L’omeopatia trae origine dalle idee del medico tedesco Samuel Hahnemann, in gran parte raccolte nell’”Organon der Heilkunst”: a cavallo tra il 1700 e il 1800, quando le possibilità diagnostiche erano certamente insufficienti e la tendenza era quella di trattare i sintomi, piuttosto che curare la malattia (di fatto praticamente questa era l’unica possibilità, nonostante i tentativi dell’opposta corrente di pensiero – di cui faceva parte il Morgagni – di risalire alla causa dei problemi di salute). Questo avveniva in maniera empirica, con tecniche spesso di per sé inefficaci o addirittura dannose, con le conseguenze che possiamo ben immaginare. È intuitivo che, in questo panorama, una terapia che (a prescindere dall’effettiva efficacia) non peggiorava la situazione fosse ritenuta un passo avanti rispetto a rimedi pericolosi e spesso comunque inefficaci.

Similia similibus curantur

Alla base di questa branca della medicina alternativa vi è il principio “similia similibus curantur” (“i simili si curino coi simili”): ovvero, il rimedio appropriato per una determinata malattia sarebbe dato da quella sostanza che, in una persona sana, induce sintomi simili a quelli osservati nella persona malata.

Questa idea, nella teoria di Hahnemann, prende il nome di “principio omeopatico”.

Da cosa deriva questa convinzione del medico tedesco? Traducendo la Materia Medica di William Cullen nel 1970 egli notò i risultati di test effettuati  con la cinchona, uno dei pochissimi rimedi allora riconosciuti come efficaci su una malattia specifica (le febbri intermittenti e la malaria). Lo stesso Hahnemann, non soddisfatto dalle spiegazioni del collega, assunse per varie volte la corteccia della pianta, e notò che i sintomi elicitati erano gli stessi delle febbri intermittenti, e si susseguivano nello stesso ordine temporale (mani e piedi freddi, stanchezza e sonnolenza, ansia, tremore, prostrazione, mal di testa pulsante, arrossamento delle guance e sete), ma senza il forte innalzamento della temperatura. L’anno seguente, dopo molto sperimentare, Hahnemann offrì la sua spiegazione: la cinchona sopraffà e sopprime le febbri intermittenti principalmente eccitando una febbre di breve durata, e se somministrata poco prima dei parossismi mitiga la febbre intermittente. La legge dei simili esprime il concetto che per curare una malattia il medico deve utilizzare una medicina che sia in grado di produrre una malattia artificiale ad essa molto simile, che si sostituisce ad essa per poi scomparire.

Le dosi da utilizzarsi dovevano corrispondere al minimo indispensabile a produrre una indicazione percettibile dell’azione del rimedio, e nulla più, in modo da minimizzare o annullare gli effetti avversi. E’ solo qualche anno dopo e precisamente nel 1801, nel trattare la scarlattina, che egli iniziò ad usare dosi infinitesimali.

Diluizione

Queste dosi infinitesimali, o meglio le cosiddette diluizioni che caratterizzano i preparati omeopatici, sono spesso al centro di curiosità e critiche. Vediamo ora il significato di diluizione e dinamizzazione, i passaggi fondamentali nella preparazione di questi prodotti.

Hahnemann si accorse subito che per poter utilizzare una sostanza che causa una determinata malattia o un sintomo a scopo terapeutico senza effettivamente peggiorare la condizione di partenza aggravando la condizione era impensabile adoperare la sostanza stessa così com’è. Egli iniziò dunque a preparare diluizioni sempre crescenti dei vari rimedi, e formulò il secondo principio portante della sua teoria: a diluizioni maggiori corrisponde una potenza maggiore.

Attualmente vengono utilizzati due tipi di diluizioni:

  • quelle hahnemanniane (contrassegnate dalle lettere D o DH per indicare le diluizioni decimali e C o CH per quelle centesimali)
  • quelle korsakoviane (K)
  • N.B. il numero riportato successivamente o precedentemente alla sigla indica quante volte tale diluizione è stata riprodotta per ottenere il preparato finale

Le soluzioni hahnemanniane

Le soluzioni hahnemanniane vengono così preparate (per semplicità il processo qui descritto è quello delle soluzioni centesimali o CH; per le DH vale la stessa procedura, ma ogni volta con 9 gocce invece di 99): il numero di flaconi da utilizzare deve corrispondere al numero riportato accanto alla sigla; a questo punto si prende una goccia di principio attivo in soluzione e la si versa nel primo flacone, contenente 99 gocce di acqua (diluizione 1CH), quindi da questa nuova soluzione si preleva una goccia e la si versa in un secondo flacone contenente 99 gocce di acqua (diluizione 2CH), e così via fino alla diluizione desiderata.

Un ulteriore tipo di diluizione hahnemanniana è quello cinquantamillesimale (LM), ottenuto da una goccia di soluzione già diluita (generalmente dalla 6CH alla 60CH) e diluendolo ulteriormente con 500 parti di solvente. Le diluizioni LM sono generalmente 6, 12, 18, 24, 30, 50 o 60LM e, come le altre, vengono distinte in basse, medie e alte diluizioni, ricordando che a diluizioni maggiori corrisponderebbe una potenza maggiore.

Le soluzioni korsakoviane

Il metodo korsakoviano è più semplice e veloce, essendo sufficiente un unico flacone: si preleva una goccia di principio attivo in soluzione e vi si aggiungono 99 gocce di acqua (1K); a questo punto si svuota il flacone, presupponendo che rimanga attaccata alle pareti dello stesso una quantità di soluzione pari ad una goccia, e vi si versano nuovamente 99 gocce di acqua (2K), e così via. Anche tra gli omeopati vi è una certa difficoltà di comparazione tra le diluizioni hahnemanniane e quelle korsakoviane; in linea di massima la maggior parte di loro ritiene verosimile quella riportata nella tabella in foto.

Va detto che, secondo una legge matematica formulata dal piemontese Avogadro, al dodicesimo passaggio di una diluizione centesimale nella soluzione saranno presenti 0,6022 molecole di principio attivo: nessuna. Inoltre, i solidi metallici utilizzati come principio omeopatico in molti prodotti, pur venendo finemente sminuzzati prima di essere messi in soluzione, essendo del tutto insolubili precipitano, cosicché già al primo prelievo di una goccia essi non saranno del tutto più presenti. Vedremo dopo, con il principio della “memoria dell’acqua”, come l’omeopatia giustifica questa assenza.

Classificazione delle diluizioni

Dal punto di vista dell’effetto, le diluizioni vengono così classificate:

  • basse: fino a 7 (D, CH, K o LM)
  • medie: fino a 15
  • medio-alte: fino a 30
  • alte: fino a 200
  • altissime: superiori a 200

A questo punto, al termine delle diluizioni (variabili in base al preparato e alla funzione che si vorrebbe ottenere da esso, ad esempio un preparato di Oscillococcinum, un prodotto di punta dell’omeopatia, ha diluizioni 200K), si passa alla dinamizzazione.

Dinamizzazione

ovvero la fase del potenziamento. Essa consiste nello scuotimento del prodotto diluito, da effettuarsi per almeno 100 volte, in senso verticale e con movimenti netti, rapidi e di breve distanza (circa 20 centimetri). In realtà, nelle diluizioni hahnemanniane, la dinamizzazione viene effettuata successivamente ad ogni diluizione, mentre in quelle korsakoviane al termine dell’intero processo di diluizione. La storia vuole che il dr. Hahnemann, originariamente, svolgesse questa dinamizzazione agitando il preparato contro una copia della Bibbia. Attualmente le case farmaceutiche che producono preparati omeopatici utilizzano (com’è ovvio) macchinari industriali; singoli produttori prediligono invece ancora la dinamizzazione per via manuale.

Da punto di vista terapeutico l’omeopatia ritiene più importante la dinamizzazione, rispetto alla diluizione: la prima serve infatti solo ad eliminare la tossicità della sostanza, mentre sarebbe la seconda a fornire al composto il potere curativo.

Al termine di diluizione e dinamizzazione, nel caso degli omeopatici in compresse, viene prelevata nuovamente una goccia dal composto finale e spruzzata su una pillola di zucchero, generalmente da 1g. L’acqua quindi evapora, e la compressa è finalmente pronta. È questo ad esempio il caso del già nominato Oscillococcinum 200K, della cui confezione allego una foto.

Proving

Come si capisce quale sostanza può combattere un dato disturbo?

È presto detto: col “proving”. Questo consiste nel far appunto “provare” un preparato omeopatico, ottenuto a partire da una data sostanza tramite diluizione (solitamente 30CH) e dinamizzazione, ad un gruppo di persone sane, e nell’annotare i sintomi che esso evoca, confrontandoli con quelli sperimentati da un gruppo di controllo, che assume granuli che non hanno subito impregnazione (su cui non è dunque stata spruzzata la goccia della soluzione diluita). I sintomi così evocati nel gruppo che assume il preparato omeopatico saranno dunque quelli contro cui il preparato stesso è in grado di agire.

Unicità di ogni individuo e personalizzazione

L’omeopatia si basa infine sul presupposto che ogni individuo sia differente, a sé stante: occorre dunque valutare cosa renda diverso un certo paziente da un altro o da un individuo privo del sintomo o della malattia. A questo proposito si vanno ad indagare i sintomi di accompagnamento o pregressi, le caratteristiche passate, i disturbi localizzati e quelli generali, e via dicendo. Secondo l’omeopatia la scelta del rimedio non può prescindere dalla valutazione del paziente in quanto individuo unico: non si cura il sintomo o la patologia, bensì l’individuo.

L’idea di farmaci e cure su misura per ogni paziente in realtà viene preso in considerazione anche nella medicina tradizionale, soprattutto per quanto riguarda la farmacogenetica, ovvero lo studio della genetica del paziente, in particolare per quanto riguarda ad esempio la presenza e l’efficacia di enzimi, recettori, citocromi e tutte le componenti che vanno ad interagire farmacocineticamente o farmacodinamicamente con i composti farmaceutici; un altro aspetto che viene preso in considerazione è, ad esempio, l’anamnesi – soprattutto patologica, quindi comorbidità, e farmacologica, quindi le altre terapie che il paziente sta assumendo e che possono inficiare o comunque influenzare gli effetti terapeutici e collaterali di un nuovo farmaco).

Memoria dell’acqua

Passiamo ora alla cosiddetta “memoria dell’acqua”. Alle critiche riguardo la totale assenza di principio attivo nei composti omeopatici, gli addetti ai lavori rispondono che, secondo questo principio, anche dopo numerose trasformazioni e a grande distanza dal luogo d’origine, le molecole conserverebbero per un determinato periodo di tempo una geometria molecolare derivata dagli elementi chimici coi quali sono venute a contatto, grazie alla coerenza interna dei campi elettromagnetici, prevista dall’elettrodinamica quantistica (QED).

Non è ben chiaro come mai l’acqua manterrebbe solo la memoria delle sostanze terapeutiche e non, ad esempio, di quelle inquinanti, con cui viene a contatto; secondo alcuni autori questo sarebbe dovuto alla necessità di agitare il campione di acqua dopo il contatto con la sostanza, al fine di elicitarne questa memoria.

Riassumendo, i principi sui quali si basa l’omeopatia sono:

  • similia similibus curantur
  • diluizione
  • dinamizzazione
  • proving
  • unicità di ogni individuo e personalizzazione
  • memoria dell’acqua

Quali tipi di rimedi omeopatici esistono?

Granuli: sono piccole sfere di lattosio (uno zucchero), impregnate della sostanza medicinale omeopatica diluita (solitamente a diluizioni medio-basse) e contenute in un tubo. Sono adatti per essere assunti più volte al giorno (per es., 5 granuli 3 volte al giorno).

Globuli: sono simili ai granuli, ma sono molto più piccoli. Il contenuto di un tubo (solitamente 200 globuli e a diluizioni molto alte) viene assunto in un’unica dose (per esempio, un tubo da 200 globuli una volta alla settimana).

Gocce: solitamente realizzate con una soluzione alcolica, sono la forma più utilizzata per somministrare rimedi omeopatici a diluizioni molto basse, come nel caso della gemmoterapia.

Tra le condizioni per cui l’omeopatia viene più frequentemente impiegata, secondo un documento della LUIMO (un’associazione che si occupa dell’insegnamento dell’omeopatia), vi sono nell’ordine: disturbi psichiatrici, malattie dell’apparato respiratorio, della cute, degli apparati digerente e genitourinario e disturbi endocrini; in alcuni casi viene utilizzata anche a scopo preventivo.

Ad oggi, secondo le conoscenze scientifiche attuali, non vi sono ragioni per credere che l’omeopatia sia effettivamente in grado di curare alcuna malattia. Come abbiamo visto (e come vuole la teoria stessa della “memoria dell’acqua”) i preparati omeopatici non contengono alcun principio attivo, e nessuno è stato in grado di dimostrare che questa memoria dell’acqua esista realmente: al contrario, anche senza essere chimici esperti, il buon senso ci farebbe escludere tale possibilità, altrimenti sarebbe per definizione impossibile ottenere acqua potabile.

Secondo il metodo scientifico il giudizio sull’omeopatia è quindi nel complesso negativo, secondo diversi studi sembra che un preparato omeopatico non abbia un effetto superiore a quello di un placebo. L’effetto placebo esiste e anche l’omeopatia è in grado di replicarlo. Non è quindi sbagliato utilizzare l’omeopatia quale placebo per malanni minori e autolimitanti, come può essere un raffreddore stagionale che passerebbe comunque da solo in pochi giorni. In questo caso se l’omeopatia aiuta ad affrontarlo con più serenità, che male c’è ad usarla? Di sicuro non ha effetti collaterali, particolarmente le soluzioni prive di alcool e in persone non affette da disturbi del metabolismo dello zucchero, quale il diabete mellito (e naturalmente non allergiche ai componenti).

Un altro effetto (“placebo”, in una concezione più ampia del termine, se vogliamo) dimostrato dell’omeopatia è quello ansiolitico, in modo particolare nelle mamme di neonati o bambini malati (il prodotto omeopatico viene somministrato a questi ultimi, non alle mamme): perché impedirlo?

Ciò che è realmente importante è che, nelle condizioni che richiedano effettivamente una terapia medica, si scelga il farmaco adeguato, dotato di principio attivo ed efficacia dimostrata. Se, parallelamente a questo, si vuole somministrare anche un placebo, non si fa del male a nessuno ad eccezione, al limite, del portafoglio.

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