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Francesca Lolli
Francesca Lolli

Piercing, tra moda e filosofia


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La moda del piercing è relativamente recente e, come è accaduto con i tatuaggi, il piercing sta passando dall’essere un simbolo di trasgressione a un elemento decorativo.

Il nome di questa pratica deriva dall’inglese “to pierce”, che significa, prevedibilmente, “perforare”, “bucare”, tant’è che il termine usato nei paesi anglofoni è “body piercing”, cioè “perforazione del corpo”, essendo “to pierce” un verbo con un ampio campo semantico, applicabile a molti, diversi contesti.
In italiano, con la parola “piercing” si possono intendere sia la pratica di installare un monile in una parte del corpo, perforandola, sia il solo monile applicato.

Breve storia del piercing

È comunemente ritenuto che lo scopo originario del piercing fosse, in molte comunità tribali, quello di distinguere i ruoli dei vari membri che le appartenevano, in un certo senso contrassegnandoli, o di sancire in modo rituale l’avvenimento di un passaggio (fra cui, tipicamente, quello dalla fanciullezza all’età adulta). È noto, ad esempio, che le donne indiane in età fertile usano portare un anellino alla narice sinistra per via della relazione con l’apparato riproduttivo che la medicina ayurvedica attribuisce a questa parte del viso.

È, invece, una mistificazione il fatto che il piercing all’ombelico fosse praticato già nell’antico Egitto e che anche la regina Cleopatra ne avesse uno, così come è con ogni probabilità falso che i centurioni romani usassero perforarsi i capezzoli in segno di virilità.

La ragione di tante convinzioni fallaci o non documentate sulla pratica del piercing nell’antichità è da ricercarsi in una pubblicazione moderna, dal titolo Body & Genital Piercing in Brief (Il piercing del corpo e dei genitali in breve) scritta dall’imprenditore Richard Simonton sotto lo pseudonimo di Doug Malloy. In essa, Simonton, che aveva fondato un’associazione di appassionati di piercing e tatuaggi a Los Angeles, riportava numerose “curiosità storiche”  sul piercing, che successivamente il suo socio Jim Ward ha rivelato essere frutto della fantasia.

Simonton, tuttavia, insieme a Ward e ad altri esponenti della Hollywood degli anni Sessanta e Settanta, è di per sé un elemento della storia del piercing, avendo enormemente contribuito alla sua diffusione in epoca moderna, non solo fondando un’associazione che metteva in rete gli appassionati, come detto, ma anche finanziando l’apertura di un’azienda di produzione di gioielli specifici per il piercing e di studi in cui venivano applicati professionalmente (la Gauntlet), oltre che la pubblicazione del primo magazine del settore (Piercing Fans International Quarterly, “Trimestrale internazionale dei fan del piercing”).

Dove fare il piercing

Orecchio

Sebbene sia un piercing a tutti gli effetti, la perforazione del lobo – il cosiddetto “buco alle orecchie” che spesso si concede già alle bambine – non è generalmente considerato un vero e proprio piercing, probabilmente sia a causa del fatto che la perforazione del lobo non è eccessivamente dolorosa (e pertanto questa pratica perde molto del suo significato di iniziazione), sia della sua diffusa accettazione in società, che non la fa apparire come un gesto di rottura o di modificazione radicale del corpo; al contrario, il foro ai lobi per portare gli orecchini, con la sua funzione di abbellimento ed esaltazione della femminilità, potrebbe essere addirittura visto come l’unico piercing che omologa, anziché distinguere.

Molto in voga, invece, sono i piercing al trago e all’elice. Quest’ultimo è quasi una sorta di “anello di congiunzione” fra il canonico foro al lobo e il trasgressivo piercing vero e proprio. Si tratta, infatti, della perforazione della cartilagine superiore dell’orecchio: un posto abbastanza inusuale e poco “bon-ton” per appuntare un orecchino, ma non troppo “alternativo”. In questo caso, molta differenza la fa il tipo di gioiello scelto, che può variare dal vezzoso brillantino al più aggressivo bastoncino di acciaio.

Il trago, invece, è la parte cartilaginea dell’orecchio che copre parzialmente il dotto uditivo. Il piercing al trago è uno dei più diffusi e può già essere considerato piercing “a tutti gli effetti”.

Una delle credenze legate al piercing al trago è che possa causare paralisi facciali e danni all’udito e alla vista, perché può ledere nervi o veicolare infezioni nel dotto uditivo. Il rischio infezioni, invece, non è più alto che in altre parti del corpo e anche il rischio di danneggiare un nervo perforando il trago è stato screditato.

Volto

Il sopracciglio è un altro punto tipico in cui può essere eseguito il piercing, sebbene sia uno dei più rischiosi, sia per chi si sottopone sia per chi pratica il piercing: la zona, infatti, è irrorata da importanti arterie che, se danneggiate, possono causare abbondante sanguinamento, talvolta difficile da contenere. Oltre che per chi viene ferito, ciò comporta un rischio anche per la salute di chi esegue la perforazione, qualora il sangue fosse infetto.

Del naso, poi, si possono perforare molte parti.
La scelta più comune ricade senz’altro sulle narici, che spesso vengono adornate con monili piccoli e vezzosi, come brillantini o anelli sottili di piccolo diametro, lontani dal look punk generalmente associato al piercing.

Scelta decisamente più radicale è quella di perforare la cartilagine fra le narici, sebbene si dica che l’effetto superi di gran lunga la sopportazione necessaria ad ottenerlo. Il piercing sectum – questo il nome della pratica, sebbene non perfori realmente il setto nasale – sembra essere fra i meno dolorosi e “semplici” da gestire, perché anche di guarigione relativamente rapida.

Più raro e complicato è il piercing alla radice del naso (vedi: septum), costituito generalmente dall’inserimento di un bastoncino o di un archetto chiuso da palline alle estremità. Il ponte alla radice del naso è considerato una parte più soggetta di altre al rischio di rigetto.

Il piercing alla lingua, poi, è relativamente difficile da curare, poiché l’ambiente in cui si trova è umido e rallenta la guarigione della ferita. Il gonfiore dovuto a un’eventuale infezione, inoltre, può ostacolare respirazione e deglutizione. Anche una volta guarito del tutto, il piercing alla lingua resta uno dei meno semplici da gestire. Può, infatti, danneggiare lo smalto dei denti urtandoli ripetutamente durante i pasti e le conversazioni, e c’è sempre un lieve rischio di ingestione, in caso il gioiello si apra, per questo è consigliato rimuovere il piercing quando si mangia e quando si fa sport, anche per evitare il (pur remoto) rischio di soffocamento nella malaugurata ipotesi che il gioiello esca dalla sua sede e finisca nelle vie respiratorie.

Il piercing al labbro comporta rischi analoghi, sebbene in misura minore, sia perché il rischio di ingestione accidentale è inferiore, sia perché si trova in una sede più facile da curare, il che generalmente implica un periodo di guarigione più breve.

Se siete interessati all’argomento vi consigliamo anche la lettura di approfondimento sul piercing septum.

Corpo

Ombelico, genitali e capezzoli sono le parti del corpo più “gettonate” per l’applicazione permanente di un gioiello attraverso il piercing.

Ombelico

Il piercing all’ombelico è un altro di quelli che hanno valicato i confini della body modification e vengono per lo più considerati un vezzo estetico, tant’è che sono disponibili gioielli per l’ombelico delle fogge più varie e frivole.

Anche in questo caso, però, la pratica non è esente da rischi e non tutti possiedono un ombelico della forma più adatta ad ospitare un piercing. In compenso, la zona è relativamente maneggevole da curare nell’immediato periodo postoperatorio, anche se il continuo contatto con gli indumenti può rendere la guarigione difficoltosa e causare inconvenienti anche in seguito.

Capezzoli

Il capezzolo, come si intuisce, è un’area molto delicata, la cui perforazione richiede molta attenzione da parte del piercer, che non deve agire sull’areola né su altre parti della mammella, onde evitare il rischio che insorgano mastiti, e al contempo non deve effettuare una perforazione troppo superficiale, per scongiurare rigetti.

Come tutti i piercing, va disinfettato con attenzione e costanza nel periodo immediatamente successivo all’installazione, e la guarigione completa può richiedere fino a un anno, per le donne.

Se effettuato a regola d’arte, il piercing al capezzolo non provoca alterazioni alla capacità della donna di allattare, ma andrà – ovviamente – rimosso al momento della suzione.

Genitali

La perforazione degli organi genitali è, stando agli esperti di piercing, più comune di quanto non si pensi anche nel mondo occidentale moderno, oltre a vantare – al pari di quella dei capezzoli – un’ampia diffusione nelle società tribali di ogni tempo.

Le ragioni che spingono le persone a “ingioiellare” le proprie parti intime vanno ricercate generalmente nell’aumento del piacere sessuale (proprio e del/della partner) che la presenza del monile comporta, una volta guarita la ferita dovuta all’applicazione, e – probabilmente più importante – nell’autodeterminazione, ricercata attraverso l’atto di distinguere e, in un certo senso, “personalizzare” anche le parti più nascoste e private del proprio corpo.

In genere, le donne installano il piercing sul cappuccio del clitoride o sulle labbra della vagina, mentre gli uomini optano più spesso per il prepuzio e il glande.
Il clitoride vero e proprio e lo scroto sono altri punti perforabili, ma apparentemente scelti da un minor numero di persone.

La cura del piercing alle parti intime è particolarmente difficoltosa per le donne, per via dell’ambiente umido e abbondante di secrezioni cui la ferita è esposta e talvolta è necessario ricorrere a una cura antibiotica.

La scelta di uno studio sicuro e affidabile è fondamentale per praticare il piercing ai genitali, sia per le ovvie ragioni di igiene, sia per la delicatezza delle zone trattate, ma l’affidarsi a comprovati professionisti del settore e l’esigere le migliori condizioni igienico-sanitarie restano condizioni imprescindibili per ogni sorta di piercing che si desideri effettuare.

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