Sveva Valguarnera
Sveva Valguarnera

Scoperto il vaccino per l’AIDS

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Dalla sua prima individuazione nel 1981 fino ai giorni nostri, l’HIV ha acquisito un’enorme risonanza mediatica: inizialmente associato a comunità ristrette e relegate ai margini della società statunitense, come gli omosessuali e i tossicodipendenti, con il passare degli anni l’infezione si è diffusa in tutto il mondo ed in tutte le categorie della popolazione, seppure con una maggiore incidenza nei paesi in via di sviluppo e nella comunità omosessuale. Una volta comprese le cause e le modalità di trasmissione dell’HIV, una grande attenzione è stata data alla prevenzione: in molte nazioni sono state effettuate campagne per l’uso del preservativo, che fino ad ora ha rappresentato l’unico mezzo efficace per evitare l’infezione durante un rapporto sessuale, e sono state sviluppate metodiche e terapie farmacologiche volte a consentire il concepimento e la gravidanza senza che il neonato venga infettato dal virus.

Ad oggi non vi sono vaccini che possano prevenire l’infezione da HIV, né vi sono terapie che possano debellare completamente l’infezione in corso: le terapie antiretrovirali attualmente utilizzate hanno infatti lo scopo di rallentare la moltiplicazione del virus all’interno del corpo, con l’obiettivo di fermare o almeno arrestare l’avanzare dell’infezione ed evitare dunque che si arrivi allo stato di malattia conclamata, l’AIDS. Recentemente però negli Stati Uniti è stato sperimentato l’utilizzo di un farmaco retrovirale, il Truvada, nell’ambito della profilassi pre-esposizione: si è dunque somministrato il farmaco a individui sani che avevano rapporti a rischio per verificarne la capacità di evitare l’infezione da HIV. Non si tratta di un farmaco innovativo: il Truvada è già utilizzato da diversi anni in Europa e anche in Italia nell’ambito della terapia contro l’infezione da HIV, e si tratta dell’unico utilizzo per il quale è attualmente approvato nel nostro paese.

Cos’è l’HIV

L’HIV, Virus da Immunodeficienza Acquisita, è un retrovirus: si tratta di un particolare tipo di virus in grado di copiare parte del suo genoma all’interno del DNA delle cellule ospiti, con una trascrittasi inversa che copia l’RNA del virus nel DNA cellulare. Il virus si lega al recettore C4, presente principalmente nei linfociti ma anche in altre cellule come i macrofagi e le cellule endoteliali. Nel tempo, l’HIV porta alla distruzione delle cellule contagiate, causando così una grave immunodeficienza che espone l’organismo a patologie dalle quali normalmente sarebbe in grado di difendersi: l’AIDS fu infatti scoperto dall’osservazione di un gruppo di omosessuali e tossicodipendenti che avevano contratto la polmonite da Pneumocisti Carinii, un patogeno opportunista che riesce a infettare soltanto individui dal sistema immunitario gravemente compromesso.

Come avviene il contagio

Il virus dell’HIV si trova nei liquidi corporei: sangue, liquido seminali, liquidi vaginali e latte materno. Il contagio può avvenire attraverso una mucosa, come quelle del naso, degli occhi, della bocca o dei genitali, oppure attraverso una ferita aperta. Tra le attività a rischio per il contagio vi sono dunque i rapporti sessuali non protetti, l’uso di siringhe o aghi non sterili, l’allattamento nel caso in cui la madre sia infetta, le trasfusioni di sangue e così via.

Circa l’85% delle infezioni da HIV vengono contratte per via sessuale; i rapporti anali sono più a rischio di quelli vaginali, perché la mucosa dell’ano costituisce una barriera maggiormente permeabile e perché possono verificarsi delle micro lesioni che rendono più facile per il virus passare da un individuo all’atro.

Nei paesi in via di sviluppo, in cui la percentuale di donne affette da HIV è molto alta, ha particolare importanza la trasmissione verticale del virus, ossia quella da madre a figlio: in questo caso, il contagio si può avere durante la gravidanza, durante il parto oppure durante l’allattamento. Con un’opportuna terapia farmacologica, il rischio di contagio può essere ridotto di molto: per questo motivo è importante avviare opere di prevenzione e supporto alla gravidanza, così da minimizzare le possibilità che il virus passi da madre a figlio. In quest’ottica, fino a qualche anno fa veniva sconsigliato l’allattamento, con conseguenze disastrose nei paesi in via di sviluppo dove non sempre è facile trovare acqua pulita, e dove i prezzi del latte artificiale sono proibitivi per molte madri; le nuove direttive dell’OMS hanno invece valutato come il rapporto rischio-beneficio dell’allattamento al seno sia a favore di questa pratica, anche nel caso di madri sieropositive, in quanto il rischio di contagio è comunque molto piccolo.

Truvada per la profilassi pre-infezione

Il Truvada è un farmaco che contiene due farmaci retrovirali in associazione, l’emtricitabina e il tenofovir disoproxit. In Italia e nel resto dell’Unione Europea è utilizzato nella terapia antiretrovirale di pazienti affetti da HIV, mentre nel 2012 l’FDA statunitense ha approvato l’utilizzo come nella profilassi pre-esposizione, per prevenire l’infezione da HIV nei soggetti sani.

Uno studio pubblicato nel New England Journal of Medicine nel 2010 ha coinvolto 2499 uomini e donne transessuali che avevano rapporti a rischio con uomini; i partecipanti sono poi stati divisi casualmente in due gruppi, uno dei quali ha assunto il Truvada mentre l’altro assumeva un placebo. All’inizio dello studio i partecipanti sono stati sottoposti al test per l’HIV, eliminando così 10 partecipanti che sono risultati immediatamente affetti dall’infezione; ai restanti sono stati distribuiti preservativi e sono state impartite lezioni e consulenze psicologiche sulle malattie sessualmente trasmissibili e la riduzione del rischio.

Lo studio prevedeva una visita di controllo ogni 4 settimane per ciascun partecipante. Durante le visite di controllo venivano distribuiti i farmaci, veniva effettuato un rapido test per verificare la presenza di anticorpi contro l’HIV e si parlava con il partecipante dell’aderenza allo studio. La presenza di comportamenti a rischio veniva analizzata ogni 12 settimane, gli esami per verificare la presenza di malattie sessualmente trasmissibili ogni sei mesi, mentre le analisi chimiche ed ematologiche venivano effettuate alle settimane 4, 8, 12, 16, 24 e successivamente ogni tre mesi.

Alla fine dello studio, la cui durata media è stata di 1.2 anni, 100 partecipanti sono risultati infetti; di questi, 36 appartenevano al gruppo che assumeva il Truvada e 64 al gruppo che assumeva il placebo, il che indicherebbe una riduzione del 44% della probabilità di contrarre l’infezione da HIV durante la terapia con Truvada. Bisogna però tenere presente il fatto che la presenza di Truvada è stata rilevata nel sangue di soltanto 3 partecipanti che avevano contratto il virus, suggerendo così una scarsa aderenza alla terapia che potrebbe avere influenzato i risultati dello studio. Considerando infatti, limitatamente al gruppo che aveva assunto il Truvada, gli individui in cui il farmaco si trovava nel sangue rispetto a quelli in cui non era presente, la probabilità di infezione da HIV risultava minore del 92%.

La poca aderenza allo studio potrebbe essere dovuta anche all’alta percentuale di effetti collaterali, che ha coinvolto il 69% dei pazienti. La maggior parte di questi effetti erano però di scarsa entità, mentre gli effetti collaterali più gravi erano presenti soltanto nel 5% dei pazienti; tra questi troviamo elevati livelli di creatinina, mal di testa, nausea, depressione, diarrea e perdita di peso non intenzionale. Nel 6% dei casi, gli effetti collaterali hanno portato i pazienti ad abbandonare, temporaneamente o permanentemente, la terapia con Truvada.

È interessante notare come tra tutti i partecipanti allo studio si sia rilevata una diminuzione delle attività sessuali a rischio, che sono rimaste minori rispetto alla popolazione generale per tutta la durata dello studio; ciò è probabilmente correlato al sostegno psicologico e al supporto fornito dallo studio in aggiunta al farmaco, e alla maggiore consapevolezza dei rischi.

Conviene realmente?

Da molti anni si parla di un eventuale “vaccino contro l’AIDS”, e certamente questo studio mostra che, sebbene un vaccino non sia ancora possibile, vi sono dei farmaci che consentono di ridurre il rischio di contagio nelle persone sane. Come lo studio dimostra, però, si tratta di una terapia da effettuare a tempo indeterminato con la possibilità che si presentino effetti collaterali anche seri, e che va in ogni caso associata alla diminuzione di comportamenti a rischio come il sesso non protetto.

Bisogna inoltre considerare il fatto che questo studio ha coinvolto un campione molto ristretto e omogeneo: uomini e donne transessuali che hanno rapporti con altri uomini. Sebbene l’infezione da HIV sia più diffusa nella comunità omosessuale, anche i rapporti eterosessuali non protetti sono considerati a rischio, e vi sono molte altre categorie non sottoposte allo studio per le quali una profilassi pre-esposizione potrebbe essere utile: lavoratrici sessuali, tossicodipendenti oppure uomini e donne eterosessuali che praticano sesso occasionale. Ma – specialmente per quanto riguarda l’ultimo gruppo – come possiamo essere sicuro che le persone a rischio si ritengano tali, e che dunque decidano spontaneamente di assumere un farmaco anti-HIV? Considerata la stigmatizzazione ancora presente nei confronti nell’infezione da HIV, vi è il rischio concreto che coloro che avrebbero più bisogno del farmaco decidano comunque di non prenderlo, non ritenendo le proprie attività sufficientemente a rischio.

Per questo motivo, sarebbe necessario individuare i gruppi di persone nei quali la terapia con Truvada avrebbe un rapporto rischio-beneficio a favore di quest’ultimo, e fornire loro assistenza e consulenza personalizzata: potrebbero rientrarvi ad esempio, oltre alle categorie già citate sopra, gli operatori sanitari, per i quali il rischio di infezione non dipende dalla presenza di comportamenti a rischio, e i partner a lungo termine di individui affetti da HIV, per i quali l’utilizzo costante del preservativo potrebbe essere da ostacolo, ad esempio, alla pianificazione di una gravidanza.

Attualmente, la strada più sicura per la prevenzione dell’HIV consiste nell’evitare le situazioni a rischio, avendo sempre rapporti sessuali protetti ed evitando scambi di siringhe o oggetti taglienti; qualsiasi altra soluzione è ad oggi meno efficace della semplice prevenzione, ed è ragionevole prevedere che così sarà per molto tempo.

Fonte: https://www.nejm.org/doi/pdf/10.1056/NEJMoa1011205

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