L’italia divorata dal parassita della burocrazia

Ormai è diventato un segno caratteristico della nostra nazione, uno di quelli citati all’estero come termine di paragone negativo: in Italia tutto è più difficile a livello burocratico, anche se, verrebbe da aggiungere, non solo.

Il brutto è poi che la questione non si esaurisce classificandola chiacchiera da bar o come sfottò campanilista, visto che i dati ufficiali non fanno altro che avvalorare questa asserzione. L’ultima ricerca, che ci colloca addirittura al 112° posto su 185 Paesi del mondo per il numero di procedure, tempi e costi necessari per avere un permesso di costruzione edilizia, è quella della Banca Mondiale.

Già nel 2013, la Commissione Europea aveva bocciato l’Italia, insieme a Grecia, Bulgaria e Romania, per prestazioni definite ‘molto scarse’ nell’efficacia complessiva della Pubblica Amministrazione. Non è solo il ‘molto scarso’ a dover preoccupare, ma anche il confronto con i Paesi nella stessa condizione: per la maggior parte nazioni in grave difficoltà economica, con un tessuto industriale scarso, con una grande emigrazione. Tutte cose che ormai caratterizzano anche il Bel Paese, ma con una differenza: noi non veniamo da decenni di dittature né turche, né sovietiche. Anzi, l’Italia era il Paese più promettente del boom post-bellico, il miracolo del Piano Marshall, il primo Paese EuropeO con un’industria elettronica promettente, oltre che con l’avviata industria automobilistica.

Cos’è successo in questi 60 anni?

La cruda verità è che l’Italia, strozzata da leggi inutili, obsolete, da un sistema di tangenti mai sradicato (come dimostrano le cronache degli ultimi giorni), da una burocrazia kafkiana che fa prosperare malaffare e concussione, alla fine non ce la fa più.

Non c’è procedura amministrativa, dalle tasse, alla giustizia, dal far valere i propri diritti, alla fruizione dei più semplici servizi, che si svolga in tempi ed in iter brevi. Ancora nel 2014 il World Economic Forum ci colloca al 49° posto sul fronte della competitività, dato che spiega bene la ‘fuga’ degli imprenditori all’estero.

Senza guardare ai ‘primi della classe’, per dovere di cronaca, Svizzera, Singapore e USA, aprire una qualsiasi impinfografica-classifica-italiaresa commerciale in Giappone, in Australia, in Nuova Zelanda, in Costa Rica, in Germania, implica un paio di moduli compilati ed una tassa, che spesso è pagabile online. Tutto qui.

E se il 49° posto in un contesto mondiale (che fa sì che siano presi in considerazione anche Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, che sono la maggioranza) fa poca impressione al lettore medio, nell’esaminare i singoli settori di competenza è meglio stendere un pietoso velo.

Su 144 Paesi presi in esame, risultiamo: (vedi l’immagine qui a fianco)

Un disastro completo

Disastro che però nessuno, a partire dai politici, sembra voler considerare seriamente. Il fatto che l’italiano si sia abituato ad una serie di illeciti ormai divenuti consuetudine, come il non fare lo scontrino o farsi pagare in nero le prestazioni altrimenti soggette ad IVA, non è frutto solo di una mancanza di senso civico, ma anche di un sistema che, da troppi anni, favorisce l’illecito invece che la legalità.

Lo dimostrano i fatti di cronaca, che ci mostrano come i controlli raramente arrivino ai cosiddetti ‘pesci grossi’ e come, d’altro canto, si risponda alla proliferante illegalità con leggi e apparati burocratici invariati e tasse più alte che poi non corrispondono ad un’effettiva elargizione di servizi.

Le tasse dovrebbero servire a questo: a pagare i servizi al cittadino, ma a causa della gigantesca macchina burocratica che comporta migliaia di passaggi e di conseguenti stipendi e ‘mazzette’, ma che fornisce ancor oggi la linfa vitale ai serbatoi elettorali politici, alla fine questi soldi a destinazione ci arrivano raramente e quindi è impensabile che vengano usati per il loro scopo originario.

Perché nessuno ha davvero messo mano alla riforma della burocrazia?

Sarebbe così semplice: tagliando i passaggi, si taglierebbero i costi delle figure, inutili, intermedie, si eliminerebbero quasi del tutto i fenomeni di ‘favori’ e ‘regalie’ alle quali l’italiano è sottoposto quotidianamente per far valere i propri diritti, si accorcerebbero i tempi ed i costi e l’Italia non tornerebbe ad essere vivibile solo per i suoi cittadini e appetibile per i suoi imprenditori, ma comincerebbe ad attrarre capitali esteri, unica speranza di salvezza di un Paese che svende ormai i propri brand migliori agli unici che ora hanno liquidità: i cinesi. Essere appetibili ed essere al tubo del gas sono cose molto diverse.

Eppure niente è stato fatto concretamente dalla politica. Nemmeno nell’ambito giudiziario, il cui iter medio implica tempi biblici.

Il problema è che troppa gente ha interesse a che tutto rimanga così. Il ‘Sistema Italia’ si regge purtroppo su questo, anche se si avvia all’implosione rapidamente, ormai. E non si tratta solo dei politici. Il cosiddetto ‘Grande Fardello’ dell’Italia, rappresentato da Burocrazia e Fisco, è quello che garantisce la posizione ed il futuro ad una parte di cittadini che invece di subirlo, lo attuano.

Gli stessi magari che poi nelle ricerche, come nell’ultima dell’Eurispes datata 30 gennaio 2015, si dichiarano sfiduciati sulla ripresa del Paese dalla crisi. Poi c’è il 47,2% degli italiani che questa situazione la subiscono e non riescono ad arrivare a fine mese, il 16,4% in più rispetto al 2014.

La burocrazia come potere politico

Il rapporto Eurispes parla chiaro: burocrazia invasive e onnipotente che arriva in ogni momento e in ogni passaggio della nostra vita”. E ancora: “Con l’incredibile incremento della produzione legislativa necessaria a regolare la nuova complessità sociale ed economica, la burocrazia da esecutore si è trasformata prima in attore, poi in protagonista, poi ancora in casta e, infine, in vero e proprio potere al pari, se non al di sopra, di quello politico, economico, giudiziario, legislativo, esecutivo, dell’informazione“.

Nella burocrazia si preparano le leggi, si approvano, si emanano, si determinano le sanzioni, si gestiscono e distribuiscono le risorse. Un virus, un parassita indifferente che non ha remore a cibarsi delle risorse altrui. Perché la burocrazia non è un’entità astratta, ma un insieme di persone che gestiscono un sistema. La domanda che ci dovremmo fare tutti è cosa succederà quando, infine, avremo consumato tutto? Forse i cittadini se la fanno, ma il senso di impotenza che ormai li affligge, lascia poche speranze e zero fiducia in uno sbocco futuro.

Francesca Marrucci

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