Terapie per il cheratocono: il cross linking corneale

Una delle tecniche sviluppate negli ultimi anni nell’ambito della chirurgia refrattiva è il cross-linking corneale, spesso abbreviato in CXL. Si tratta di una tecnica utilizzata principalmente per stabilizzare il cheratocono nelle fasi iniziali, impedendo che la patologia peggiori. Il cross-linking è dunque un’alternativa meno invasiva al trapianto di cornea, che per molto tempo è stato l’unico metodo utilizzato per curare tale patologia.

Il cheratocono è infatti una patologia degenerativa della cornea, che può colpire uno oppure entrambi gli occhi. Nelle persone che soffrono di questa malattia la cornea si assottiglia e tende a deformarsi, facendo sì che la superficie dell’occhio assuma la forma di cono che ha dato il nome a questa patologia. Come conseguenza del cheratocono, il paziente perde progressivamente la capacità di mettere a fuoco sia gli oggetti vicini che quelli lontani; nelle sue fasi iniziali, infatti, tale patologia viene spesso scambiata per un connubio tra miopia e astigmatismo.

A oggi non si conoscono le cause del cheratocono; si suppone che esse possano essere genetiche, legate a traumi ripetuti oppure ad altre condizioni patologiche come l’osteogenesi imperfetta. Essendo una malattia degenerativa, il cheratocono si evolve attraverso quattro stadi: nel primo è ancora possibile la correzione della vista con mezzi ottici come occhiali o lenti a contatto; nel secondo e nel terzo i mezzi ottici diventano inadeguati e bisogna ricorrere alla chirurgia, mentre nel quarto e ultimo stadio la cornea subisce una deformazione irreversibile, per cui l’unico trattamento è il trapianto.

La tecnica del cross-linking viene proposta come una terapia da attuare quando il cheratocono si trova al primo stadio, in modo da fermare o rallentare la progressione della malattia. Si tratta di una tecnica decisamente poco invasiva, che si effettua in day hospital e con anestetico locale. L’obiettivo della tecnica è quello di accrescere la stabilità della cornea, migliorandone la resistenza e impedendo così che continui a deformarsi. L’intervento dura circa un’ora, e consiste di due fasi: nella prima viene applicato un collirio contenente riboflavina (vitamina B2) mentre nella seconda l’occhio viene irraggiato con dei raggi ultravioletti. Questi ultimi, colpendo le molecole di riboflavina, consentono un aumento dei ponti molecolari tra le fibre della cornea, irrobustendola. Esistono due tipi di cross-linking: con e senza rimozione dell’epitelio, in base alle necessità del paziente e al giudizio del medico.

Dopo l’intervento è necessario stare a riposo per almeno due giorni, preferibilmente a letto, ed evitare per qualche giorno tutte le attività stancanti per gli occhi come la lettura, la televisione oppure il computer. Potrebbero inoltre essere prescritti colliri o antidolorifici per il dolore, che è comunque molto limitato, specialmente nell’intervento senza rimozione dell’epitelio.

L’intervento di cross-linking non migliora in modo significativo la vista, limitandosi principalmente a impedire che essa peggiori in futuro; l’effetto, inoltre, non è istantaneo, ma risulta più evidente nelle settimane e nei mesi dopo l’intervento, con miglioramenti che possono verificarsi fino a un anno dopo.

Per le sue caratteristiche, la tecnica del cross-linking non è adatta a tutti: può essere infatti utilizzata soltanto nei casi in cui il cheratocono si trova nello stadio iniziale, ed è sconsigliata quando la cornea è già molto assottigliata e indebolita. Come tutte le tecniche, inoltre, ha delle controindicazioni, legate principalmente agli eventuali danni che i raggi ultravioletti potrebbero causare alla cornea e al cristallino.

Si tratta comunque di una tecnica molto nuova, sui cui risultati a lungo termine non ci sono ancora dati statistici certi; quello che è certo è che i risultati dell’intervento durano dai 3 ai 10 anni, e che esso può essere ripetuto nel caso in cui il medico lo ritenga necessario. Uno studio condotto nel 2013 da un gruppo di ricerca italiano dell’Istituto Clinico Humanitas e pubblicato sulla rivista scientifica Ophthalmology, su un campione di 400 pazienti, ha mostrato che l’intervento risulta essere più efficace nei pazienti che vanno dai 18 ai 39 anni; l’età non è comunque una controindicazione assoluta, in quanto ogni caso va analizzato personalmente. Lo studio, che ha seguito i pazienti nei quattro anni successivi all’intervento, ha mostrato che i risultati morfologici e funzionali sono stati soddisfacenti in tutti i pazienti, con i risultati migliori presenti nella fascia di età precedentemente indicata.

Per ulteriori informazioni sulla tecnica cross-linking è possibile visitare questo sito.

1 commento

  1. Complimenti per il vostro articolo, risultato per molto utile, in quanto mi è stata diagnosticata una degenerazione corneale e consigliatomi trapianto cornea. Vorrei sapere se a Napoli c’è qualcuno serio e bravo che pratica il cross-linking corneale.
    Grazie e saluti

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.