Cattivi si diventa? – parte seconda: l’esperimento carcerario di Stanford

Nella Parte Prima di “Cattivi si diventa?” abbiamo appurato attraverso l’Esperimento di Milgram come l’obbedienza di un individuo a un’autorità possa spingerlo a commettere atti di violenza su un terzo individuo, senza sentirsene responsabile e senza sentire di potersi opporre a ciò che l’autorità chiede.

La domanda con la quale ci eravamo lasciati è: “potrei diventare anch’io cattivo?”.

L’esperimento di Milgram aveva lo scopo di studiare il cambiamento individuale solo davanti a un’autorità, e nell’Esperimento Carcerario di Stanford, progettato e portato avanti da Philip G. Zimbardo, celebre psicologo sociale di origini siciliane, i risultati dell’esperimento di Milgram si replicano.
Qui i soggetti dello studio, tutti studenti, hanno dovuto rivestire i panni di guardie carcerarie e di prigionieri in un finto carcere appositamente allestito nell’Università di Stanford.
A differenza dell’esperimento di Milgram però, in Stanford vediamo come non sia necessaria la presenza o l’opinione di un’autorità per far sì che un individuo trasformi la sua natura in modo così profondo.

SCOPO DELLO STUDIO

Secondo Gustave Le Bon, studioso francese del comportamento sociale, gli individui di un gruppo coeso che costituiscono una folla, una massa, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando quindi i loro impulsi antisociali e più primitivi. Questo processo è chiamato “processo di deindividuazione”, ed è ciò che Zimbardo ha voluto analizzare nel suo esperimento, nel 1971, a 10 anni esatti dall’esperimento di Milgram.
L’indagine esplorativa si proponeva di valutare quanto le caratteristiche esterne di un contesto istituzionale come un carcere potessero prevalere sui fattori disposizionali di coloro che agivano in quell’ambiente; in altre parole, Zimbardo voleva capire come, quanto e se delle persone, scelte tra le più docili, mentalmente sane, indisposte alla violenza, potessero trasformare la loro natura in una situazione di gruppo.
I 24 studenti, maschi, scelti per l’esperimento affrontarono precedentemente dei colloqui per poter accertare che non avessero avuto precedenti, problemi di salute, o un carattere rabbioso, troppo impulsivo, tendente alla violenza. Tutti i soggetti, tranne uno, dichiararono che avrebbero preferito essere dei “carcerati” piuttosto che “guardie”. La divisione dei ruoli fu stata fatta attraverso un sorteggio.

DURANTE L’ESPERIMENTO

Nei primi momenti dall’apertura del Carcere di Stanford, tra i soggetti vi era un generale senso di imbarazzo e di divertimento. Erano consapevoli di recitare solo un ruolo, di non essere colpevoli di alcun reato, di essere liberi di andarsene quando avrebbero voluto.
Con il primo cambio di turno di guardia, le cose iniziarono a prendere una diversa direzione.
Le guardie, 3 per ogni turno, contro i 12 carcerati sempre presenti, iniziarono a comportarsi con lieve atteggiamento di violenza e strafottenza verso i carcerati. Questi ultimi, in un primo momento, hanno cercato di opporsi, soprattutto i soggetti delle celle 1 e 2, e tra il secondo e il terzo giorno hanno persino innescato una rivolta contro le guardie, tentando di fuggire dal carcere. Le guardie, in risposta agli atteggiamenti dei detenuti, hanno appesantito i momenti di umiliazione, arrivando persino a costringere i carcerati a simulare in coppie un rapporto omosessuale, a defecare in latrine che non potevano svuotare e che dovevano pulire a mani nude, costringendoli a svegliarsi durante la notte per cantare canzoni oscene, fare flessioni, offendendo di continuo i detenuti anche senza un vero motivo. Le guardie hanno cercato di spezzare i legami di solidarietà che si erano instaurati tra i detenuti, hanno persino legato uno di loro fino a immobilizzarlo, hanno rinchiuso molti dei detenuti più ribelli in uno sgabuzzino buio, per ore.
I carcerati della cella 4 erano quelli più passivi e sottomessi, più obbedienti. Erano convinti di essere davvero in un carcere, e che avessero commesso qualche crimine. Uno di loro fu obbligato a imprecare nonostante i suoi continui tentativi nello spiegare che era contro la sua morale.
Zimbardo e i suoi colleghi rivestivano il ruolo di direttori del carcere. Organizzarono un colloquio con ogni detenuto dove si sarebbe decisa la persona da rilasciare: ai carcerati fu chiesto di scrivere una lettera in cui spiegassero perché avrebbero dovuto avere il diritto di tornare a casa. Molti di loro, durante il successivo colloquio, apparsero estremamente convinti di essere detenuti colpevoli, molti espressero il volere di voler uscire dal carcere perché le condizioni in cui si trovavano erano disagiate. Nessuno di loro, però, chiese di tirarsi fuori dall’esperimento, nonostante fossero liberissimi di farlo.
L’esperimento, della durata di 14 giorni, fu terminato dallo stesso Zimbardo dopo soli 5 giorni, dopo che si rese conto che ciò che stava avvenendo sotto i suoi occhi (gli sperimentatori osservavano e ascoltavano i partecipanti attraverso telecamere e microfoni, 24 ore su 24) aveva superato ogni limite, risucchiando lui stesso in quel vortice. Fu infatti una sua collega, sua futura moglie, che, arrivata solo il quarto giorno, si rese conto che la situazione era ormai sfuggita di mano.

RISULTATI

La prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera, dichiara Zimbardo.
Assumere un ruolo istituzionale come quello della guardia carceraria induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, ovvero si giunge a quella “ridefinizione della situazione” che fu il risultato dell’esperimento di Milgram.
 Il processo di deindividuazione induce anch’esso a una perdita di responsabilità personale, ovvero la ridotta considerazione delle conseguenze delle proprie azioni, indebolisce il senso di colpa, la vergogna, la paura, così come i processi che inibiscono l’espressione di comportamenti distruttivi. La deindividuazione implica perciò una diminuita consapevolezza di sé, e un’aumentata identificazione agli scopi e alle azioni intraprese dal gruppo: l’individuo pensa che le proprie azioni facciano parte di quelle compiute dal gruppo. Tutto questo, senza il bisogno di un’autorità presente. E’ la presenza del gruppo, della massa, che fa sì che un individuo si trasformi in tal modo.

Possiamo allora rispondere che cattivi si diventa. E spesso, inconsapevolmente.
Nel gruppo si è ciechi, si cambia, ci si distacca dalla realtà, dalla persona che siamo, dai valori che abbiamo. E può succedere ad ognuno di noi.

L’importanza e l’attualità degli studi di Zimbardo e di altri ricercatori, sarebbe dimostrata dalle vicende riguardanti le torture cui furono sottoposti i prigionieri iracheni nella Prigione di Abu Ghraib, ad opera di militari statunitensi, durante l’occupazione militare dell’Iraq, iniziata nel 2003. Le immagini diffuse dai media, che ritraggono le sevizie e le umiliazioni subite dai prigionieri, risultano drammaticamente simili a quelle prodotte durante l’esperimento dell’Università di Stanford.

Ma la teoria della deindividuazione non ha soltanto il suo lato tragico e distruttivo. Infatti, così come un comportamento negativo può influenzare i componenti della massa, anche un comportamento positivo ha lo stesso effetto.
Possiamo pensare ad esempio a chi, in una situazione pericolosa come un torrente in piena, decide di tuffarsi per salvare un gatto o un bambino che sta per annegare. Se questa persona si trova in un gruppo, un gruppo impaurito, insicuro, la conseguenza del suo gesto è portare coraggio, “svegliare” gli altri, che allora lo seguiranno e faranno lavoro di squadra per salvare una vita.

Di questo, e di moltissimo altro, si parla nel libro “L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, scritto proprio da Zimbardo, a 30 anni di distanza dall’esperimento di Stanford.

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