Cos’è il disturbo evitante di personalità?

Sei molto prudente? Eviti ciò che ti fa paura? Sbagli! Secondo Roberto Re è meglio combattere il mostro finchè è piccolo.

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Strategie di evitamento: come si mettono in atto

Le strategie di evitamento (o comportamenti evitanti), spesso a torto identificate con il “disturbo evitante di personalità”, sono il modus operandi di chi vive innescando meccanismi atti a non soffrire.

“Nella vita c’è molta sofferenza, e forse l’unica sofferenza che si può evitare è la sofferenza di cercare di evitare la sofferenza” Ronald D. Laing.

La vita può essere una grandissima fonte di sofferenza. Ogni giorno potenzialmente può essere pieno di pericoli, di eventi che non vanno a buon fine e scelte che a lungo andare si rivelano errate.

Per questo motivo moltissime persone, trascorrono un’intera vita limitando i rapporti sociali, le scelte, le possibilità di sviluppo.

Perché hanno paura di essere giudicate inadeguate, di essere messe alla berlina e alla lunga di soffrire.

La persona che mette in atto strategie evitanti, evita occasioni di incontro e socializzazione; lavora in disparte e decide di non fare carriera oppure non vive relazioni amorose perché terrorizzata all’idea di soffrire.

Comportamenti evitanti: scarsa considerazione delle proprie capacità

Chi mette in atto queste strategie, parte dal senso di inadeguatezza e alimenta continuamente le credenze negative su di sé, per esempio: “non sono capace”; “lei è meglio di me”; “io non valgo”, che paradossalmente, per effetto delle cosiddette profezie autoavveranti, vengono continuamente rinforzate dal riscontro con la realtà.

“Incominciai anche a capire che i dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci” (Hermann Hesse).

Sulla zona di comfort date un’0cchiata a questo video:

Strategie di evitamento: pesanti eredità familiari

La persona che mette in atto queste strategie, non è mai stata spinta a superare i propri limiti, ad affrontare le situazioni e a mettersi in gioco.

Al contrario, è stata educata a frenarsi e contenere la propria voglia di vivere e bloccata nella propria energia che non è libera di sgorgare ma che viene vissuta come qualcosa da limitare e contenere.

Ed il timore del giudizio era il metro su cui misurare le proprie performance ed il proprio essere.

Strategie di evitamento: il senso di vergogna

“Affogò perché si vergognava a gridare aiuto (Marcello Marchesi)”.

La vergogna è il principale sentimento cui fa riferimento chi mette in atto strategie evitanti ed è il sentimento che blocca le pulsioni e gli slanci, che causa il timore di non essere adeguato rispetto a quello che la società, la famiglia, i rapporti umani vorrebbero da lui.

Chi mette in atto disturbi evitanti, lo fa perché mosso dalla paura di sbagliare e di doversi poi vergognare.

A questo proposito vi consigliamo di approfondire l’argomento tramite la lettura di quest’articolo.

Strategie di evitamento: (ri)partire dal desiderio

Nei casi in cui queste strategie non sfocino in un disturbo evitante di personalità, in quel caso occorre rivolgersi ad un professionista, occorre iniziare a mettere in atto delle strategie che compensino questi atteggiamenti non più funzionali al corretto sviluppo psicofisico.

  • Il primo esercizio consiste nel dividere un foglio in due: su una parte scrivere “voglio”, dall’altra “non voglio”.

Una volta finito di tracciare l’elenco, rileggere e focalizzarsi giorno per giorno su ciò che si vuole.

Quello che è scritto nel settore “non voglio”, rappresenta ciò di cui si ha paura. Su queste cose si dovrà lavorare sforzandosi di comprendere dove e quando è nata questa paura e i modi in cui, passo passo, si può affrontare.

  • Il secondo esercizio consiste nel prendere contatto (limitato e graduale) con le proprie paure. Chi ha paura di nuotare inizierà immergendosi in acqua sotto la guida di un istruttore, chi ha paura di mostrarsi in costume potrà iniziando andando al mare in pareo, chi ha paura di parlare con gli estranei, se vuole superare questa paura, potrà provare chiedendo l’ora alla fermata del tram.
  • Il terzo esercizio consiste nel trascrivere su un foglio tutte le volte in cui ci si soprende a criticarsi o insultarsi. “Sono una stupida”; “sono brutta”; “sono tutta sbagliata”.

Queste frasi andranno piano piano eliminate dal dialogo interiore, concentrandosi su ciò che funziona, piuttosto che su ciò che ancora è da migliorare.

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