Essere o apparire, questo è il dilemma. Come costruiamo la nostra identità attraverso l’immagine.

Si sa che l’apparenza inganna e che l’aspetto di una persona non può dirci tutto di essa o può addirittura fuorviarci. Una persona aggressiva spesso può rivelarsi molto fragile e sensibile, così come chi appare mansueto può essere la persona sbagliata alla quale fare un torto.
Questi sono concetti detti e ridetti, a scuola, in televisione, ovunque e spesso il discorso si esaurisce qui. La domanda che vorrei porre è: cosa significa apparire in una società dell’immagine quale è la nostra? Su cosa la gente faccia nessuno ha dubbi: dalla chirurgia estetica, ai corsi di fitness intensivo/ orientale/ macrobiotico/ genuino/ perdi 10 chili in un quarto d’ora” (ogni sei mesi spunta una nuova tecnica rivoluzionaria per ottenere un fisico mozzafiato…), alle diete più disparate (quella “dei tre giorni“, “del minestrone“, “della frutta esotica“… a volte digiunare di scemenze non guasterebbe)… Eppure manca qualcosa. Perché apparire oggi non significa più soltanto sforzarsi di ottenere una determinata fisicità o indossare determinati abiti, in ragione del fatto che gli altri si faranno un’idea di te non solo quando ti vedono per strada ma quando ti vedono sui social network. Addirittura è possibile che prima di un colloquio di lavoro qualcuno controlli “che tipo sei”. Il nostro profilo Facebook, Instagram, Twitter e quant’altro può essere il piccolo spazio di libertà di una persona molto incasellata nella vita reale oppure lo specchio dorato di una persona insicura che si percepisce come molto insignificante.
Partiamo da una riflessione un po’ più generale. Un interessante intervento su Ted Talk (https://www.ted.com/talks/cameron_russell_looks_aren_t_everything_believe_me_i_m_a_model/transcript?language=it) della modella Cameron Russel  rivela i retroscena del suo lavoro. Spiega, come hanno fatto altre donne stanche, forse persino logorate e ferite della farsa cui prendono o prendevano parte, che gli scatti che finiscono sulle riviste, sui social, nelle pubblicità non rappresentino lei ma siano il frutto del lavoro di parrucchieri, stilisti, pre e post produzione… Questo è ovvio, certo. Ma il confronto tra le immagini può rendere bene l’idea di quello di cui stiamo parlando:
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Quella a sinistra è la prima foto che abbia mai scattato come modella. Nella seconda era con la nonna, qualche mese prima. Non aveva ancora avuto il primo ciclo mestruale. Eppure, guardando la prima foto si potrebbe pensare sia una donna adulta, la cui vita sessuale potrebbe già essere iniziata. E’ questo il punto: lei non era affatto una donna, al più una ragazzina e la sua vita privata era ben lontana da (vado a impressioni) party sulla spiaggia e cocktails e avventure di una notte. Senza contare il fatto che le foto vengono ritoccate, pulite da ogni imperfezione, oltre che essere potenzialmente il milionesimo scatto di una giornata. Ovviamente poi viene pubblicato solo quello e questo può suggerire, specie tra le ragazze giovani, che sono solo loro ad avere la pappagorgia in ogni foto pur non avendola viste di persona.

Come la Russel, anche Essena O’Neill,[1] ex modella di Instagram, spiega quanto tempo abbia impiegato per ottenere quello scatto in cui non si vede la pancia (quasi inesistente tra l’altro), che quello è stato il momento fortunato di una giornata passata a stare in posa.

Precisiamo: sono già bellissime ragazze e donne. Solo che la loro immagine viene poi scremata dalle imperfezioni e usata come cartone per creare altro. Nella loro vita diventa centrale ottenere riconoscimento e apprezzamento per il loro aspetto. Perché? Perché nonostante sia già fantastico, équipe di specialisti continuano a modificarlo, facendogli credere che non sia poi così straordinario, visto che è necessario sollevare gli zigomi, cancellare quel millimetro quadro di cellulite, dare profondità allo sguardo e quant’altro.
A spiegarci quale sia il nuovo ruolo di queste piattaforme nel mostrarci agli altri è Pier Cesare Rivoltella[2], docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento presso l’Università Cattolica di Milano. Sostiene che su internet costruiamo un’identità che nella maggior parte dei casi non differisce da quella offline. La nostra vita virtuale però non è staccata da quella reale: è di fatto un’estensione, specie grazie alla diffusione degli smartphone, che ci permettono di integrare l’una e l’altra. Si vedono spesso persone incollate agli schermi nonostante siano in un bar, al parco o fuori con gli amici.
Rivoltella spiega che l’uso di Facebook, il social network più popolare, può essere friendship driven (ovvero usarlo per creare/mantenere reti di amicizie) oppure interest driven (usarlo per l’interesse verso un tema, anche professionale). Già l’apertura di un account è un interessante laboratorio di costruzione del sé, secondo tre termini: autorappresentazione (scelta di un’immagine del profilo), autonarrazione (l’inserimento di gusti, orientamento sessuale, interessi etc), narrazioni condivise (tutti i post che appaiono in bacheca, accessibili agli amici). Queste informazioni, che offline saremmo restii a condividere, vengono invece rese pubbliche. Abbiamo bisogno di appartenere, di socializzare e Facebook (come tante altre piattafome, ovviamente) è piuttosto rassicurante: ci esponiamo senza metterci realmente la faccia, anche perché le interazioni sgradite possiamo semplicemente cancellarle , ignorarle oppure possiamo bloccare il mittente.

Focalizziamoci adesso sullautorappresentazione, ovvero la scelta della nostra immagine del profilo (il discorso si estende anche alle altre foto). Pensiamo di postare semplicemente una foto in cui ci piacciamo o che faccia sorridere gli altri ma il meccanismo implicito è molto più complesso.

Anzitutto distinguiamo l’autorappresentazione che mette al centro la persona con le sue esperienze e competenze (identity performance) e quella che invece mira a mascherarla, sostituendo il volto oppure negandolo (identity erasure).

Tra le identity performance (le più frequenti) si ricavano tre strategie:

  • la prima viene impiegata da personaggi che vogliono mostrarsi come autorevoli (insegnanti, “guru” del web…), la posa è “ufficiale”, la foto serve a riconoscere chiaramente la persona.

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  • La seconda mostra il soggetto con amici, parenti, in situazioni quotidiane e comunica che non è interessato al dating, costruiscono la propria identità ribadendo il proprio ruolo sociale (marito, moglie, studente…).

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  • La terza consiste nel darsi una sfumatura poetica, attraverso filtri particolari, effetti seppia, chiaroscuro, angolazioni originali, a volte il volto non è esposto del tutto. Le persone che scelgono questa strategia tendono ad attribuirsi qualche eccezionalità, vogliono distinguersi.

 

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Per quanto riguarda la identity erasure, invece, si possono osservare altre tre strategie:

  • chi lascia l’immagine di default, l’avatar grigio, comunica di essersi iscritto per curiosità, per provare, il suo profilo non racconta granché, probabilmente nemmeno vi si riconosce.img5

 

  • La seconda consiste nel sottrarsi: l’immagine rappresenta un animale, un personaggio dei fumetti, un campione dello sport. Pur nascondendosi, è anche questo un modo di raccontarsi, attraverso le caratteristiche attribuite a quel certo animale o personaggio.

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  • L’ultima strategia fa uso di immagini poetiche decontestualizzate, con scopo simbolico (come mani tese, tramonti, alberi, un quadro…). In questo caso il soggetto si identifica con grandi categorie religiose, politiche o ideali.

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Dove voglio arrivare? A noi. A noi comuni mortali, a quelli che pensano due volte ad uno status prima di pubblicarlo, cercando il modo di renderlo più accattivante, a quelli che mettono chissà quanti filtri nelle proprie foto e non si sognerebbero mai di pubblicarne una in cui hanno le occhiaie. Nessuno vuole congelare sui social un’immagine imperfetta di sè.

A quelli che affidano la crescita delle proprie relazioni alle chat, ai “Mi piace”, a quelli che aspettano che l’altro reagisca all’ultimo contenuto condiviso, a quelli che cercano la forma e la prassi anche nelle piattaforme virtuali.

Da un lato non c’è nulla di male a far sì che il nostro profilo ci rappresenti, a personalizzare contenuti digitali. Dall’altro però abbiamo davvero bisogno dell’approvazione virtuale degli altri? Abbiamo davvero bisogno di rigurgitare tutta la nostra vita su un profilo perché non si è in grado di farlo di persona?

La testimonianza di Cameron Russel, la riflessione di Rivoltella mi fanno pensare che ci sforziamo forse troppo di piacere agli altri attraverso i media, forse più di quanto lo facciamo di persona. Forse perché è più facile fingere di essere la versione migliore di se stessi (o addirittura qualcun altro, ma quello è illegale), senza la fatica delle nostre lotte interiori, che ci frenano nel raccontarci a quella persona che aspetta l’autobus con noi, a rispondere poco o niente al vicino di posto in treno che ci infastidisce con le sue chiacchiere. Una cosa è certa: una reazione su Facebook, ben visibile a tutti i nostri amici virtuali, non ci appagherà mai come le congratulazioni calorose, il ringraziamento o l’abbraccio di un amico.

La prossima volta che vedete qualcosa di bello, godetevelo. Non imprimetelo sulla memoria elettronica ma sulla vostra, cosicché la foto diventi un frammento di un ricordo molto più ampio, non il ricordo stesso, che senza non sapreste cosa avete visto quel giorno. La prossima volta che vi vedete allo specchio, soffermatevi a vedere quel che c’è di meraviglioso, non corrette a farvi un selfie sperando ve lo dicano gli altri.

Non vogliamo sostare troppo a pensare a quello che vediamo, vogliamo gettarcelo alle spalle il prima possibile, buono o brutto che sia. Abituati a passare oltre le critiche negative (fondate o meno) con superficialità, il prezzo che paghiamo è di non prenderci il tempo adeguato per assaporare pienamente quelle positive. Che il problema del nostro apparire sia la fretta?

[1]http://elitedaily.com/social-news/former-model-reveals-truth-fake-instagram/1268924/

[2]  Il volto “sociale” di Facebook. Rappresentazione e costruzione identitaria nella società estroflessa, Pier Cesare Rivoltella, estratto da  “Il volto nel pensiero contemporaneo”. (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2010)

 

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