Perchè gli uomini non sposano la donna di cui sono più innamorati?

1Chi di voi ha visto Scrubs?[1] L’ironica ed appassionante sitcom, ambientata in un ospedale americano, narra le vicende di un gruppo di specializzandi e del personale medico attraverso gli occhi del protagonista, John Dorian (J.D. per gli amici), sognatore, emotivo e con un gran bisogno di approvazione.

Una delle trame che si sviluppano durante le otto stagioni (ce ne sarebbe una nona ma viene considerata uno spin off) è l’ambiguo rapporto che ha con la collega Elliot, estremamente competente, bellissima e… divorata dalle sue insicurezze e paranoie.

Nonostante J.D. sia innamorato di lei, e lei superi i suoi tentennamenti iniziali, la loro storia è farcita di “tira e molla”. Rispecchia forse, in modo iperbolico rispetto alla realtà, le difficoltà che abbiamo tutti noi a lasciarci andare e costruire relazioni solide e durature.

Tra i vari personaggi, tutti raffinatamente caratterizzati, ci sono poi il dottor Cox e la sua (ex)moglie Jordan. Due personalità aggressive, sarcastiche, forti. La loro relazioni si fonda proprio sullo scontro, sulla svalutazione. Non fanno altro che distruggersi, eppure non possono fare a meno l’uno dell’altra…

A pensarci, di storie così ce ne sono a bizzeffe, sia nel mondo della televisione e del cinema (come Clark Kent di Smallville o Spiderman), sia nella vita reale. Il concetto però rimane quello: aldilà degli immancabili lieto fine televisivi, gli uomini (più delle donne) faticano ad impegnarsi stabilmente, soprattutto con la partner che amano o hanno amato di più.

A suggerirlo è Shere Hite, studiosa dei rapporti di coppia e dei costumi sessuali. Le sue ricerche, in parte pubblicate nel Rapporto Hite sulla sessualità maschile, mostrano che gli uomini non sposano la donna che più amano e, soprattutto, ne vanno orgogliosi[2].

Perché? Secondo la Hite ciò è dovuto al severo controllo che gli uomini esercitano sui loro sentimenti e le loro emozioni. Gli uomini sono socializzati alla forza e all’indipendenza: amare qualcuno è invece qualcosa che ci rende molto vulnerabili.

Gli uomini sentono molto presto la pressione a doversi distaccare dai propri affetti, all’incirca intorno ai 12 anni, se non prima: il primo “amore” che l’uomo perde è la propria madre. Di fatti gli si pone la scelta se continuare ad accettare l’affetto materno (anche se spesso sono proprio le madri ad incorraggiare i figli a distaccarsi, generando un sentimento di rancore e abbandono) oppure ricevere l’accettazione dei coetanei e salvarsi da appellativi quali “mammone”, “cocco di mamma”, “femminuccia” (quando non da bullismo fisico). Piangere o crollare di fronte a tali pressioni del gruppo dei coetanei non è una scelta vincente: rafforzerebbe lo scherno ricevuto. Dunque l’uomo impara presto, nella sua vita, che gli affetti è bene tenerli nascosti e non perdere mai la padronanza di sé.

Naturalmente, però, innamorarsi è inevitabile. La Hite sostiene che dopo aver sperimentato le emozioni e passioni più  intense, l’uomo comincia a sentire inquietudine: non si fida più di quello che sente e cerca di liberarsi. Si fa strada il timore che una donna possa controllarlo e lui perda la propria indipendenza.

D’altronde il rifiuto del femminile e la sfiducia verso di esso sono alcuni tra gli elementi con i quali la nostra cultura definisce la mascolinità, insieme alla razionalità, al successo economico, all’aggressività e, come detto, al controllo.[3]

C’è un legame tra il reddito e le problematiche affettive maschili: la Hite spiega che molti uomini percepiscono come un dovere guadagnare più della partner e garantirle uno stile di vita agiato; allo stesso tempo però è uno dei motivi per cui tentennano di fronte al matrimonio. Senza contare, inoltre, il fatto che, essendo nella maggior parte dei casi la donna a percepire uno stipendio inferiore, in caso di divorzio o separazione è lei a percepire alimenti ed assegni familiari. A tal riguardo, sono molto diffuse battute, persino di attori famosi: “Mia moglie si è presa la casa, la macchina, il conto in banca, e se mi sposerò di nuovo e avrò dei figli si prenderà anche loro” (Woody Allen).

La percezione della donna come soggetto debole li fa sentire iper responsabilizzati, e da una parte come dargli torto? Eppure, stando ai recenti rapporti Istat[4], sono in un aumento le famiglie in cui è la donna è l’unica a percepire reddito, soprattutto se il compagno è disoccupato o cassaintegrato.

Come recuperare una dimensione affettiva più appagante e ricca?

Per quanto riguarda le nuove generazioni, esistono moltissimi progetti all’interno delle scuole e dei centri educativi[5], volti a sradicare gli stereotipi di genere ed incentivare un vivere e un comunicare più autentico.

Per quanto riguarda gli adulti… il discorso è certamente più complesso. Ci vorrebbe uno sforzo di autoanalisi (o perché no, affrontare un percorso di crescita personale con uno counselor o uno psicoterapeuta può senz’altro arricchire…)

Potremmo parlare di una riflessione critica, un punto centrale nella Teoria Trasformativa del sociologo Jack Mezirow. Una volta fatta chiarezza tra le proprie emozioni, è il momento di confrontarsi con la propria esperienza: comprendere perché le proprie relazioni siano fallite, ovvero realizzare quanto realmente l’idea di rendersi vulnerabili, di non essere o poter offrire abbastanza abbiano influito nel rapporto. Possono certamente esserci anche  fattori esterni, come “dogmi” culturali, familiari, aspettative sociali.

A questo punto si può pensare a come modificare il proprio comportamento, e definire (o ridefinire) cosa ci aspettiamo dall’altro: più spazio? Più affetto? Possono essere tante le aspettative che proiettiamo sull’altro, senza nemmeno rendercene conto.

È necessario sperimentare nuovi ruoli per riuscire a trovare una dimensione entro cui ci sentiamo a nostro agio e che ci permetta interazioni sane con gli altri.

 

Non è semplice trovare nella vita quotidiana spazi di riflessione autentici, ed è certamente più facile andare avanti senza farsi troppe domande. Sappiamo bene che le cose non vanno come su Scrubs o qualunque altra commedia. Se tendiamo a impostare le nostre relazioni sempre allo stesso modo e a nascondere le nostre paure sotto il tappeto, non ci sarà alcun jingle o stacco pubblicitario ad aggiustare tutto.

Per arrivare a ciò bisogna aver ben chiaro chi siamo, qual è la nostra storia e dove vogliamo andare. Bisogna imparare a comunicare senza rancori,  senza nascondersi, in modo chiaro e diretto.

“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.” (Jung)

Per approfondire consigliamo la lettura del libro Perché gli uomini sposano le stronze… E lasciano le brave ragazze

 

[1]Se non lo avete visto… GUARDATELO!

[2]Shere Hite (2004), I nuovi maschi, Mondadori

[3]I. Ruspini, https://www.researchgate.net/publication/305354678_Educazione_sessuale_e_affettiva_una_sfida_per_la_mascolinita

[4]http://www.istat.it/it/files/2016/05/Ra2016.pdf pp.149-150

[5]Solo per fare un esempio: http://www.direzionedidattica-vignola.it/allegati/75/Vogliamoci%20bene!%20-%20Educazione%20all’affettivit%C3%A0%20nella%20scuola%20primaria.pdf

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