I meccanismi di coping, come fronteggiare la durezza della vita

In psicologia, per coping (dall’inglese to cope, fronteggiare) si intende un meccanismo di adattamento psicologico a una situazione di stress, ovvero una situazione in cui un agente esterno causa un allontanamento dall’equilibrio psicologico. I meccanismi di coping riguardano dunque molte categorie diverse di persone: coloro che si trovano a fronteggiare una malattia terminale, i rifugiati politici che fuggono dalle guerre nei propri paesi, ma anche ad esempio i soccorritori che si trovano a dover lavorare in condizioni difficili come i disastri aerei.

Si tratta dunque di un processo dinamico e non necessariamente patologico: al contrario, anzi, un individuo troverà una certa situazione più o meno stressante in base alla propria capacità di coping, che però può anche essere disfunzionale e portare a un peggioramento della situazione iniziale.

Inizialmente in letteratura si distinguevano due tipologie di meccanismi di coping: l’emotion-focused coping e il problem-focused coping. Il primo si concentra principalmente sul modificare la propria risposta psicologica allo stimolo esterno, mentre il secondo si propone di modificare attivamente lo stimolo esterno in modo tale da renderlo meno stressante. Nel 1990 tale classificazione è stata rivista, e i meccanismi di coping sono stati divisi in tre categorie:

  1. emotion coping,
  2. task coping
  3. avoidance coping.

I primi due sono fondamentalmente rivisitazioni dell’emotion-focused e del problem-focused coping, mentre l’avoidance coping è quel meccanismo che consiste nell’impegnarsi attivamente per evitare la situazione stressante, senza però provare a eliminarla.

Uno degli ambiti in cui il coping è stato maggiormente studiato è quello delle malattie croniche, in particolare in presenza di dolore cronico: su quest’argomento si concentra lo studio del 1987 di Brown e Nicassio, che divide le strategie di coping in attive e passive: nelle strategie di coping attive, il paziente si impegna attivamente per controllare il proprio dolore e per mantenere un buon livello di vita, mentre nelle strategie passive questo controllo viene lasciato ad altri. Questo studio ha associato all’uso di meccanismi attivi di coping un minor livello di dolore e una minore disabilità funzionale, aspetti che invece risultavano peggiori in coloro che facevano uso di meccanismi di coping passivo.

Sempre prendendo in considerazione l’ambito delle malattie croniche, nel 1994 Smith e Wallston hanno elaborato un questionario che prende in considerazione ben nove strategie di coping, applicabile sia all’ambito delle malattie croniche sia in un ambito più generale. Le nove strategie di coping sono le seguenti:

  • soluzione attiva del problema
  • distrazione dal problema
  • uso della religione
  • minimizzazione del problema
  • sfogo di emozioni negative
  • autocolpevolizzazione
  • isolamento
  • catastrofismo
  • pensiero desideroso (wishful thinking)

Studiando i meccanismi di coping di diversi individui in situazioni differenti, è stato osservato che non c’è una strategia di coping che, da sola, si mostri effettivamente più efficace delle altre. Tutte le tipologie di coping, utilizzate in sinergia e a seconda della situazione e dell’inclinazione del paziente, portano ad adattamenti positivi: si ottiene quindi una capacità di coping migliore del paziente quando questi è flessibile e in grado di modificare il proprio meccanismo in base alla situazione.

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