La sessualizzazione del corpo femminile

di Agnese Chiarini

Origine storica

Le donne nel passato sono state escluse dalla vita pubblica in ragione della credenza che fossero inadatte al governo, essendo irrazionali e volubili. Inoltre la sfera pubblica, sia quella politica che lavorativa, veniva descritta come un ambiente spietato e una donna, per la sua presunta fragilità, non sarebbe riuscita a sopravviverci.

La prima contestazione di questa esclusione avvenne durante la rivoluzione francese, con la “Cahier des dolèances des femmes” di R.F. de Kèralis, una esposizione fatta all’Assemblea costituente del sentimento di emarginazione delle donne con la richiesta di maggior spazio alle donne, essendo parte integrante della rivoluzione. Durante il corso dell’Ottocento nacquero molti movimenti femminili, sopratutto in Gran Bretagna, che rivendicavano una piena cittadinanza della donna, fino a che alla fine del secolo si formarono le prime associazioni nazionali per il suffragio come la National Union of women’s suffrage, fondata nel 1897 da Millicent Fawcett e la Women’s Social and Political Union, fondata nel 1903 e guidata da Emmeline Pankhurst. Erano veri e propri movimenti femministi e chi ne faceva parte era definita spregiativamente “suffragetta”, cioè una donna brutta e zitella, che non sa stare al suo posto. Grazie a questi le donne inglesi ottennero il suffragio universale nel 1928, in Italia ciò fu possibile solo nel 1945.

Come spiega S. Bellassai ne “L’invenzione della virilità”, a partire dagli anni sessanta del Novecento e in particolare negli anni del “boom” si susseguirono una serie di mutamenti sociali che posero fine al patriarcato tradizionale. Il riconoscimento dei diritti delle donne, la liberalizzazione dell’etica, la decadenza della tradizione come fondamento della morale permisero il superamento del virilismo classico, cioè il legittimare esplicitamente la superiorità dell’uomo nei confronti della donna.

Il fatto che ciò non potesse essere affermato apertamente però non fece scomparire l’idea che al genere maschile appartenessero caratteristiche quali forza, autorità, predisposizione all’uso della violenza, competitività feroce. Semplicemente il concetto si camuffò, si adattò ai tempi moderni. Emersero dei modelli diversi per le donne che rifiutavano un ruolo tradizionale; al contrario non ce ne furono per gli uomini, che affrontarono il passaggio alla modernità rielaborando il vecchio modello virile del patriarcato. La matematica ci insegna che, per la proprietà commutativa dell’addizione, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: dunque l’uomo moderno degli anni Sessanta e Settanta, seppur liberale e tollerante nei confronti del genere femminile, continuava a dimostrarsi uomo nella misura in cui aveva più successo e potere delle donne e secondariamente degli altri uomini.

Non potendo dunque far regredire il protagonismo femminile, negli anni Ottanta riemerse un linguaggio maschile di stampo misogino, per mantenere una certa distanza tra i generi. I media cominciarono a proporre immagini che stigmatizzavano il successo delle donne e che riducevano le donne ad oggetti sessuali oppure ricondotte esclusivamente al ruolo di casalinga. In seguito, con la nascita della televisione commerciale venne proposta anche l’immagine della donna “moderna”, in carriera, sessualmente libera e lontana dai modelli tradizionali, il che favorì la normalizzazione dei nuovi ruoli sociali femminili.

 

L’evoluzione della sessualizzazione nei media

Tuttavia la strumentalizzazione del corpo femminile, specie in televisione, non è scomparsa e tutt’oggi nei varietà si possono vedere donne mute, bellissime, le cui natiche e seni vengono fugacemente e frequentemente squadrati dalle telecamere (Capecchi, 2011).

Prima degli anni Sessanta l’ideale di bellezza femminile era la “forma a clessidra”. Con l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, considerato maschile, i media modificarono la rappresentazione del corpo inserendo l’ideale della snellezza. Ciò incarna simbolicamente l’abbandono dei ruoli tradizionali di moglie e madre, in quanto i fianchi stretti non sono funzionali al parto; indica inoltre l’adesione a una serie di valori considerati appunto maschili, quali la determinazione, l’indipendenza, l’efficienza. Ma simboleggia anche la privazione, la fame, intesi come il controllo o la repressione dei desideri femminili.

Di fatto gli spot pubblicitari destinati alle donne riguardanti merendine o snack sottolineano sempre il basso contenuto calorico, la leggerezza o le proprietà diuretiche e digestive: in una serie di pubblicità di un famoso yogurt, per ogni stagione presentava un diverso nemico della linea. In inverno ci sono le feste natalizie, in primavera è necessario dimagrire per la prova costume, d’estate chi va al mare cambia abitudini, può sentirsi gonfio e mandare all’aria i sacrifici di due stagioni… Questo per gli uomini non accade, anzi: gli spot diretti a loro esaltano sempre il gusto deciso degli alimenti. Un altro spot, di una merendina stavolta, sosteneva che essa era perfetta per lui perché golosa e perfetta per lei perché leggera.

Col passare del tempo l’ideale della snellezza è stato modificato. Non è sufficiente possedere un seno generoso ed un corpo asciutto e sodo: deve essere anche giovane. Nel corso degli anni Novanta la vecchiaia femminile è stata via via sempre meno rappresentata nei media, persino nelle professioni dove l’immagine è irrilevante (come medici, storici, filosofi e così via). Nel libro “Le donne non invecchiano mai” di Iaia Caputo sono raccolte due interviste a tal proposito. La prima vede protagonista uno dei direttori creativi di McCann-Erickson, una delle più grandi agenzie pubblicitarie del mondo. L’argomento sono le creme “antiage”. La Caputo sostiene vi sia un rapporto tra il senso di inadeguatezza delle donne rispetto al loro corpo e il consumo. L’obiettivo dei pubblicitari è alimentare questa frustrazione al fine di vendere prodotti di cosmesi, integratori alimentari, yogurt, cereali e così via. Alla domanda “Perché (l’industria cosmetica) sembra ormai concentrata quasi esclusivamente sull’antiage?” viene risposto:

” Chi avrà conquistato  nei prossimi anni il mercato delle over 50 avrà in mano tutto, come nel Risiko. E il corebusiness sarà rappresentato dai prodotti per le pelli mature, rivolti alle donne dai sessant’anni in su: è una semplice questione di mercato, in questa fascia d’età si concentra il maggior numero di consumatrici. Il mondo invecchia e l’industria cosmetica, semplicemente, si adegua”. Prosegue, ancora: “La cosmesi è indissolubile da una certa infelicità femminile, i nostri prodotti riguardano il sogno, non sono in grado di cambiare niente, solo di far sembrare: più bella, più giovane, più luminosa. Ma anche in questo caso molto sta cambiando. La pubblicità dei prodotti di bellezza si è ammantata per lungo tempo di un pensiero magico; c’è stata la stagione dei prodotti miracolosi, di marchi esclusivi che costavano una fortuna. Ma sono passati gli anni, i decenni, ed è risultato evidente che non davano i risultati promessi. (…) Da una parte, un certo laboratorio attesta che quel principio attivo, quella particolare sostanza, serve a riempire una ruga o a distendere la pelle, il che è vero; quel che non può dire, perché sarebbe falso, è che il risultato è definitivo, risolutivo. Così, dall’altra parte, il messaggio sul prodotto utilizza eufemismi come ‘visibilmente’, ‘appare’, ‘sembra’: allude alla transitorietà dell’effetto e lo rende al tempo stesso terribilmente seducente.”

 

Per quanto concerne la scelta delle testimonial, molte case cosmetiche propongono giovani donne, alle quali il prodotto non è chiaramente rivolto. Il fatto che il modello sia irraggiungibile crea frustrazione nelle consumatrici; la vecchiaia femminile è scarsamente rappresentata nei media. Quest’ultimo è l’argomento della seconda intervista, fatta alla caporedattrice di un famoso settimanale femminile che ha chiesto di rimanere anonima. Spiega che a metà degli anni Novanta qualcosa è cambiato: prima di allora era irrilevante l’età e l’aspetto delle esperte (avvocati, psicologhe, sociologhe etc) che intervenivano sulla rivista. I giornali “per signore”, nella seconda metà degli anni Settanta, furono audaci nel cominciare a parlare della sessualità delle donne, di divorzio, insomma di argomenti caldi per il periodo, trattati in modo autorevole e credibile.

“Poi diventammo giornali di immagine. Bellissimi, sofisticati, patinati. (…) Ma insieme a tutto questo, e diventando dei formidabili strumenti pubblicitari, le donne si trasformavano inesorabilmente in corpi, quelli della moda naturalmente, della cosmesi (la nostra inserzionista più ricca e potente), ma anche delle donne qualunque. Intervistavi una ricercatrice che aveva appena fatto una scoperta importante a livello internazionale, e ti sentivi chiedere dal direttore: ‘E’ carina?’. Se carina non era dovevi trovarne un’altra, più fotogenica. E la stessa cosa succedeva per le neomamme, le precarie, le casalinghe o le astronaute. Non importavano quel che avevano da dire, ma quanto fossero gradevoli di aspetto. Soprattutto giovani. Da un certo punto in poi l’età è diventata un’ossessione, un imperativo categorico, il valore assoluto.(…) Dai quarantacinque anni in su erano tutte vecchie. Non contava più l’esperienza o la notorietà che avevano, ma quanto erano giovani, e di tendenza e glamour. Andavi in riunione, proponevi di intervistare una certa attrice o una certa psicanalista di cui garantivi la capacità di spiegarsi o il valore o la popolarità, e ti sentivi chiedere: ‘Quanti anni ha?’. Se superava la soglia proibita arrivava la scomunica: ‘Troppo vecchia’. Ormai ci autocensuriamo, e abbiamo a tal punto interiorizzato il diktat che proponiamo solo donne giovani e belle, che siano astrologhe, politologhe, soubrette, è la stessa cosa. Non è così per gli uomini. Se l’antropologo che ci è necessario sentire per un certo articolo ha settant’anni va benissimo: in questo caso contano il pubblico riconoscimento, la fama, i meriti accumulati; così il filosofo o lo scrittore. L’antropologa, la filosofa o la scrittrice della stessa età e con l’identica storia professionale sarà inevitabilmente giudicata vecchia, passata di moda, scontata, troppo ideologica, già vista, noiosa, la lista degli aggettivi è infinita: lei dal tempo trascorso è stata consumata”.

 

Questo implica che le donne che hanno superato una certa età si sentono in dovere di  ricorrere alla chirurgia estetica (filling, lifting) per poter continuare a lavorare, pena l’esclusione o la riduzione di visibilità. Questa rigida adesione sia di donne giovani che anziane al modello snello, sensuale, provocante secondo la tesi di Michel Foucault (1975) è da ricondursi a un secolare controllo dell’uomo sulla donna. Secondo invece McRobbie (2004) è libera auto-determinazione e potere sul proprio corpo. Infatti da una parte è senz’altro un diritto curare la propria immagine come meglio si ritiene opportuno, esprimendo così se stessi. Dall’altra però la domanda è: quanta libertà c’è nel decidere di “ritoccarsi” o nel mantenere una certa fisicità se non è possibile mostrare un’immagine diversa?

Il fenomeno della “vetrinizzazione sociale” è una forma di espressione del sé che consiste nel mostrare, in particolare per le donne, il contenuto erotico del proprio corpo. È un fenomeno, spiega Annalisa Verza, che le donne comuni hanno in qualche modo interiorizzato e non solo sentono di doversi esporre ma sanno di doversi sottoporre al giudizio altrui. Il commentare, apprezzare o disprezzare il corpo femminile in pubblico è socialmente accettato. In America Latina questi commenti hanno anche un nome: piropo, cioè la molestia verbale che le donne subiscono e che viene giustificata con lo scherzo e con la presunzione che lusinghi la vittima.

 

In conclusione, è evidente che la rappresentazione delle donne nei media, per varie ragioni storiche, è imperniata sulla giovinezza, la sensualità e la bellezza. Non c’è unanime accordo sul fatto che questo rappresenti uno strumento di oppressione oppure un mezzo di emancipazione.

Personalmente ritengo da una parte corretto che vengano rappresentate donne sensuali e giovani: il problema è che per il momento è una dittatura, non esistono sufficienti modelli alternativi. Passi in avanti se ne stanno facendo, fortunatamente: basti pensare a personaggi pubblici molto famosi ed apprezzati come Adele o Meghan Trainor, cantanti di bella presenza ma con la fisicità di una donna comune; oppure alle nuove bambole Barbie proposte dall’azienda californiana Mattel, rappresentati fisicità più realistiche: curvy (formosa), petite (bassa, minuta) e tall (alta).

Ritengo che la strada per l’accettazione e la valorizzazione della diversità di ogni corpo passi senz’altro da azioni come queste ma parallelamente è necessario iniziare a decostruire la mascolinità. Il ruolo tradizionale maschile sta lentamente spostandosi verso quello dell’uomo “nuovo”, cioè una mascolinità più flessibile, capace di cura e ascolto empatico, rispettosa e paritaria. Virilità e femminilità sono due universi simbolici interdipendenti che devono essere riconciliati. Fintanto che l’una verrà percepita come negazione dell’altra, che possibilità si hanno di riconoscere dignità e rispetto all’identità e quindi alla corporeità femminile?

 

Bibliografia:

  1. Bellassai / L’invenzione della virilità/CAROCCI/ (2011)/ Roma

L’Enciclopedia La biblioteca di Repubblica, volume 8, ed. UTET 2003

  1. Caputo/ Le donne non invecchiano mai/ Feltrinelli/ (2011)/ Milano
  2. Capecchi / Il corpo erotizzato delle donne negli spot pubblicitari e nelle riviste di moda femminile/ Polis, fascicolo 3, dicembre 2011/ Il Mulino / Bologna

 

1 commento

  1. una donna e un uomo adulto sono anche creature sessuali e va accettato, non c’è nulla di degradante in questo, la sensualità maschile e femminile anche in forma esplicita e sexy fa parte dell’umano, non è oggettificante (parlo di maggiorenni).. E’ sbagliato che una rivista chieda se un astronauta è carina ma fermo restando questo bisogna accettare il fatto che esistono corpi maschili e femminili più bellocci di altri in linea di massima (e un corpo giovane per esempio è in linea di massima più belloccio di uno vecchio) James Bond non posso farlo fare a Danny DE Vito, ma anche chi non è belloccio/a può piacere a qualcuno e piacersi e non va offeso

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