La terapia cognitivo-comportamentale come cura dell’ansia

Che ansia?

“Che ansia!” è un’esclamazione comune nella nostra vita quotidiana, e il termine viene usato con disinvoltura tutte quelle volte in cui si vuole indicare – spesso esagerando – uno stato d’animo angosciato.

Esso deriva dal verbo latino “ang?re” (passato remoto anxii) che significava “stringere, soffocare” e, per estensione, “tormentare, angosciare, affannare”; l’ansia, tuttavia, è un disturbo prettamente moderno.

Proprio perché si parla di ansia anche nel caso di episodi sporadici, lievi e assai lontani dal comportamento ansioso in senso clinico, è opportuno ricordare che provare un blando sentimento di angoscia in relazione a qualche avvenimento imminente o situazione da affrontare non è necessariamente una condizione patologica.

C’è ansia e ansia, e non sempre va rifuggita.

L’ansia può essere vista come un meccanismo di difesa che il subconscio mette in atto quando stiamo per affrontare situazioni potenzialmente pericolose: in un certo senso, la nostra mente, per non metterci “nei pasticci”, sceglie il male minore e ci fa provare uno stato d’animo sgradevole in relazione a un determinato evento, che potrebbe avere conseguenze disastrose, con lo scopo di farcelo evitare.

L’ansia assume un aspetto negativo e limitante quando questo meccanismo si innesca in prospettiva di situazioni che non costituiscono, in senso oggettivo, alcun grave pericolo, ma che vengono percepite, per ragioni psicologiche individuali spesso difficili da indagare, come gravi minacce.

Guarire dall’ansia non è un percorso breve, ma la terapia cognitivo-comportamentale è nota per dare risultati buoni e durevoli, in un tempo relativamente breve. Talvolta, però, non è breve a sufficienza.

L’industria farmaceutica produce da decenni pillole “miracolose” che, agendo sui processi chimici cerebrali, trasformano l’umore “come per magia”. Il beneficio, tuttavia, è limitato al periodo di assunzione del farmaco, che non costituisce una vera e propria cura dell’ansia, ma solamente una – comunque utile – inibizione dei sintomi.

Oggigiorno è prassi quasi generale curare il disturbo ansioso con la psicoterapia, eventualmente coadiuvandola con i farmaci nel periodo iniziale, per dare al paziente un sollievo più rapido.

Guarire dall’ansia con la terapia cognitivo-comportamentale in pochi mesi

Poiché l’ansia consiste – semplificando al massimo – nel provare smisurata angoscia in relazione a determinate situazioni, la psicoterapia ha il compito di “convincere” il paziente dell’innocuità di tali situazioni.

Naturalmente, questa opera di “convincimento” può richiedere tempo, poiché deve indagare le ragioni inconsce che spingono il paziente a provare ansia, le quali – per definizione – sono difficilmente oggettivabili.

La chiave per il buon esito della terapia è data dalla volontà del paziente e dalla sua collaborazione, non tanto e non solo perché un paziente reticente è, ovviamente, difficile da aiutare, quanto perché, quando si sentirà pronto e il terapista lo riterrà, dovrà affrontare a visto aperto le proprie angosce.

In genere, infatti, questa terapia consiste nel far gradatamente vivere al paziente le situazioni ansiogene, con lo scopo di infondergli fiducia e mostrargli che “non c’è nulla da temere”, perché le conseguenze drammatiche che il suo inconscio prefigurava confusamente non si verificano.

È indispensabile, pertanto, che il paziente ansioso sia disposto a cimentarsi in quelle che per lui, inizialmente, sono quasi prove di coraggio. A dispetto di quanto ci si può immaginare guardando i film di Woody Allen, però, spesso il trattamento dell’ansia con la terapia cognitivo-comportamentale si completa in pochi mesi: tipicamente tre, il che significa poche settimane in più del tempo che impiegano molti antidepressivi a fare effetto.

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