L’illusoria saggezza delle folle

Pochi giorni fa ho pubblicato un articolo intitolato Il culto dell’ignoranza e subito dopo ho scoperto le ragioni scientifiche che portano a questo processo. Ne è uscito un articolo lungo, ma penso che valga la pena di approfondire.

Saggezza delle folle: la spiegazione scientifica

Il principio di saggezza delle folle si può paragonare per molti versi a quello dell’intelligenza collettiva teorizzato da Levy anche perché, proprio come quest’ultimo, si sta rivelando purtroppo null’altro che una chimera.
In effetti, basta pensare ad alcuni forum ed ancora di più ai contenuti che ogni giorno vengono condivisi sui social network, per rendersi conto di come sia facile, oggi, ergersi ad esperto in qualunque materia, anche se si è completamente a digiuno della stessa.

Saggezza delle folle: la “dittatura dei prosumer”

E questo fenomeno si dimostra tanto più pericoloso, quanto più si riscontra la diffusa mancanza di senso critico, unita alla crescente svalutazione della competenza, che spinge anche i più razionali di noi a concedere autorevolezza a pareri del tutto arbitrari: nella “dittatura dei prosumer“, arriviamo infatti a fidarci più del profano che posta le sue opinioni ed esperienze su Google, che del professionista che spesso cerca invano di aprirci gli occhi, dichiarandone l’assoluta ascientificità.
Ma perché accade tutto ciò? Per quale motivo le bufale spesso fanno il giro della rete, senza che nessuno si preoccupi di verificarne le fonti? Insomma, esiste forse una base scientifica che spieghi la tendenza ad ascoltare gli incompetenti?

Saggezza delle folle: l’effetto Dunning-Kruger

Effetto dunning kruger

Ebbene, la risposta a questa domanda è (sorprendentemente?) positiva, come si evinceva già da uno studio pubblicato alla fine degli anni ’90 da due psicologi, David Dunning e Justin Kruger, che hanno scoperto la generale predisposizione ad una distorsione cognitiva che da allora porta il loro nome.

Si tratta del cosiddetto effetto Dunning–Kruger che, sottolineando come in sostanza gli incompetenti siano perlopiù incapaci di riconoscere le proprie mancanze per la difficoltà di operare un ragionamento metacognitivo, non fa che confermare ciò che in precedenza aveva affermato Russel, osservando che “una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni”.
Ma in realtà, se ci pensiamo, lo stesso pensiero di Russel ci porta ben più lontano nel tempo, ad un certo filosofo che sosteneva che

“saggio è colui che sa di non sapere”.

E chissà cosa direbbe Socrate, allora, se d’un tratto si trovasse immerso nell’odierna semiosfera, così povera di “saggi” e strabordante invece di sentenziosi “laureati alla Google University”. E’ questo il calzante appellativo che il neurologo e scettico Steve Novella ha scelto per battezzare il crescente “esercito di pseudoesperti” cui basta fare una ricerca su internet per sentirsi immediatamente più ferrato (e non di rado in grado di dispensare consigli) su qualsiasi argomento.

Saggezza delle folle: l’esercito dei pseudoesperti

Proprio questo esercito di internauti è stato recentemente oggetto di un importante studio promosso dalla Yale University, che ha finanziato un gruppo di esperimenti condotti dal dottorando in psicologia cognitiva Matthew Fisher, i cui risultati sono stati pubblicati il 31 marzo scorso sul Journal of Experimental Psychology: General.
Dalle interviste di Fisher, che ha interpellato centinaia di persone, si evince chiaramente come il solo fatto di poter effettuare una semplice ricerca online illuda gli internauti di disporre di conoscenze che in realtà non posseggono. Oltretutto, gli esperimenti hanno mostrato che ciò vale non solo quando la navigazione ha per così dire successo e dunque approda ad informazioni rilevanti sul topic oggetto d’indagine, ma anche qualora non si riesca a trovare la risposta che si stava cercando. Tale effetto sarebbe dovuto, stando allo studioso, all’incapacità di tracciare una linea di demarcazione tra quella che è la nostra effettiva conoscenza ed il web: saremmo portati, insomma, a vedere gli sterminati dati presenti in rete come una sorta di continuazione di quelli immagazzinati nella nostra mente.
Da questo abbaglio, poi, discenderebbe la sopravvalutazione delle nostre cognizioni e la conseguente e preoccupante incapacità di riconoscere la propria ignoranza e dunque di chiedere aiuto a chi queste cognizioni le ha davvero.
A tale riguardo, Novella parla di “Jenny McCarthy Effect”, prendendo ad esempio il paradigmatico caso della star americana, che ha scelto di ergersi a livello di esperta di medicina, tanto da contestare la sicurezza dei vaccini per il solo fatto di “avere svolto proprie ricerche”.
Un altro recente studio che sembra a sua volta riprendere ed ampliare le scoperte di Dunning e Kruger è stato pubblicato sempre il mese scorso su Pnas. Stando ai risultati ottenuti dagli psicologi e neuroscienziati che l’hanno condotto, anche nel momento di prendere decisioni collettive saremmo inconsciamente portati a dare credito agli incompetenti.

Saggezza delle folle: la decisione è giusta?

A questa conclusione si è arrivati a seguito di un gruppo di esperimenti in cui ai partecipanti, divisi in coppie, era richiesto di osservare attentamente uno schermo raffigurante due distinti reticoli di Gabor, composti ognuno da sei particolari figure. Ora, soltanto uno dei reticoli conteneva il bersaglio (una figura poco più scura delle altre cinque) e compito dei soggetti sperimentali era di individuarlo singolarmente per poi indicarlo agli sperimentatori.
Una volta comunicate le scelte, nei casi in cui le indicazioni dei membri della coppia risultavano differenti, veniva chiesto ad uno dei due, scelto a caso, di decidere per entrambi. Quindi, ai soggetti veniva svelata la soluzione e dunque si ripeteva il tutto, per svariate sessioni.
Quello che è risultato degno di nota agli occhi dei ricercatori è proprio ciò che si verificava quando i giudizi dei soggetti sperimentali erano divergenti. Infatti, ci si potrebbe aspettare che il soggetto meno capace di individuare il bersaglio, sessione dopo sessione, si sia reso conto della sua relativa inabilità ed abbia dunque imparato a decidere in base all’opinione del compagno, rivelatosi via via più in gamba. Invece, in laboratorio si è osservato esattamente l’opposto: il membro della coppia più capace risultava restio a svalutare la credenza dell’altro che invece, spesso convinto delle sue opinioni, non di rado sottovalutava il collega e si affrettava a scegliere a nome suo. Inoltre, il risultato dell’esperimento non subiva modificazioni nemmeno in presenza di una remunerazione in denaro che premiasse le decisioni collettive migliori.
Ora, tutto ciò sarebbe dovuto a quello che gli studiosi hanno denominato equality bias, traducibile come pregiudizio di eguaglianza. In base a questa distorsione cognitiva, entrambe le parti sono portate a comportarsi come se tra loro non vi fossero reali differenze di capacità.
La conseguenza è che, in caso di decisioni da prendere collegialmente, queste ultime saranno determinate in egual modo sia dai soggetti capaci che dagli incompetenti.

Saggezza delle folle: paradossali vantaggi dell’effetto Dunning-Kruger

Certo, come mettono in luce i ricercatori, ciò può avere in determinate situazioni anche risvolti positivi. Ad esempio, l’equality bias favorirebbe la cooperazione all’interno dei gruppi, permettendo di portare a termine i compiti da svolgere insieme ad altri in maniera più veloce ed efficiente, con l’ulteriore vantaggio di ridurre significativamente lo stress. La condizione determinante per ottenere conseguenze favorevoli è però che tutti i membri del gruppo, pur presentando prestazioni differenti, siano dotati di competenze quanto meno paragonabili. Altrimenti, qualora queste ultime risultino fra loro molto distanti, il pregiudizio derivante dal difetto cognitivo sarà inevitabile ed il fatto di dare lo stesso peso a persone competenti ed incompetenti porterà alla fine a danneggiare tutti.

Saggezza delle folle: difendersi dall’overload informativo

Concludendo, se, dunque, come dimostrano ormai svariati studi scientifici, facciamo fatica a giudicare le nostre capacità e siamo portati a dare ascolto agli incompetenti, come possiamo difenderci oggi, considerando che con l’avvento di internet gli stessi incompetenti hanno sempre più diritto di parola?
Forse una soluzione potrebbe essere quella di abbandonare banalizzanti apologie e ragionamenti semplicisticamente deterministici, per cui alla crescita della quantità d’informazione consegue necessariamente la crescita di individui informati.
La realtà mostra infatti uno scenario del tutto diverso e sembra confermare la visione di Joshua Meyrowitz, che descrive internet come una giungla nella quale abbondano frammenti di dati, che spesso siamo portati a digerire istantaneamente, senza preoccuparci di collegarli ad altre idee e conoscenze. Insomma, nell’overload informativo, sembra prodursi abbastanza di frequente una sorta di “disinformazione di ritorno”, tanto lontana dall’avvenieristico traguardo che auspicava Levy.
Una volta compreso tutto ciò, sarà quasi naturale uscire dalla confusione che non ci fa più distinguere i vari significati insiti al termine informazione, confusione che, come sottolinea Breton, è in parte determinata dalla nostra lingua. Infatti, noi indichiamo con informazione ciò che gli anglosassoni opportunamente distinguono in data, news e knowledge.
Può darsi, allora, che dobbiamo semplicemente imparare a differenziare questi concetti, per capire che la rete pullula di data, che molto spesso, però, si presentano orfani di una base di knowledge. Solo così riacquisteremo il senso critico necessario a superare un altro senso, falso ma ormai imperante: quello di democratizzazione della competenza.

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