Psicoterapia: a chi serve? Basta ignoranza sulle malattie mentali

La psichiatria: un po’ di storia

Fin dagli albori della civiltà, l’uomo si è trovato a confrontarsi con quella che veniva originariamente definita follia: la malattia mentale. Sebbene le malattie mentali fossero conosciute fin dall’epoca degli antichi Egizi, la psichiatria intesa in chiave moderna nasce nel diciottesimo secolo con l’Illuminismo: la malattia mentale viene riconosciuta non più come possessione demoniaca o squilibrio di umori, ma viene studiata, analizzata e per la prima volta i malati vengono trattati con umanità (empatia). In questo periodo nascono case di cura e reparti specializzati, ma le terapie sono ancora grossolane e spesso inefficaci: bisognerà attendere il ventesimo secolo, con l’introduzione della psicoterapia e dei primi psicofarmaci, per avere una sostanziale svolta nella qualità di vita e nelle speranze di guarigione dei malati mentali.

L’evoluzione nel campo medico non si accompagnava però ad un’evoluzione sociale: i malati mentali venivano comunque rinchiusi nei manicomi, isolati dalla popolazione “sana” alla quale si riteneva potessero nuocere, e anche coloro che si sottoponevano a psicoterapia erano restii a divulgare la propria condizione, temendo l’esclusione sociale che sarebbe risultata.

Oggi giorno la psicoterapia è arrivata a distinguere tra tratti di personalità e disturbi di personalità. I tratti sono presenti in ogni individuo, nessuno escluso. Sono ciò che ci caratterizza, che ci distingue l’uno dall’altro, che ci rende unici. Ad esempio durante l’adolescenza un filo di “narcisismo” è perfettamente normale. Mentre si è capito che quando questi tratti diventano molto marcati e assoluti possono iniziare a costituire un problema.  Ad ogni modo, secondo autori come Cesare Giacobbe i nevrotici lievi sono una grandissima parte della popolazione. Nel libro “Le coccole perdute” descrive nevrotici infantili, adulti e genitoriali.

Oggi: la malattia mentale come taboo

Ancora oggi, sul tema della malattia mentale vi è molta confusione: la maggior parte della gente non conosce le differenze tra i vari professionisti in questo ambito né conosce le reali conseguenze delle malattie mentali, portando dunque a una paura e a una stigmatizzazione che portano i malati a nascondere la loro patologia da familiari, amici e datori di lavoro. Secondo un sondaggio effettuato in Gran Bretagna su un campione di 2000 persone, il 30% troverebbe difficile ammettere in pubblico di avere una malattia mentale, mentre solo il 20% avrebbe la stessa difficoltà nell’ammettere di essere omosessuale. Il sondaggio ha rivelato come ammettere la propria malattia mentale fosse considerato più difficile anche del divulgare il fatto di essere alcolisti, o di essere andati in bancarotta.

Questa riluttanza non sembra poi realmente ingiustificata: secondo un altro studio, infatti, soltanto 4 datori di lavoro su 10 non avrebbero problemi ad assumere una persona affetta da malattie mentali. Anche nelle relazioni sentimentali le prospettive non sono rosee: la probabilità di essere lasciati dal proprio partner in seguito a una diagnosi di malattia mentale è 4 volte superiore a quella di essere lasciati in seguito allo sviluppo di una disabilità fisica.

Informazione e sensibilizzazione

Nel giugno 2012 è stata fondata la Global Anti-Stigma Alliance, un movimento globale con lo scopo di ridurre la stigmatizzazione delle malattie mentali: fanno parte del movimento associazioni provenienti da diverse nazioni come la Gran Bretagna, la Nuova Zelanda, gli Stati Uniti, il Canada, la Svezia, la Danimarca e così via. Le singole associazioni si occupano di condurre campagne volte a informare e sensibilizzare sul tema della malattia mentale.

Un ambito nel quale una tale azione è particolarmente importante è quello scolastico: sempre più adolescenti, infatti, soffrono di malattie come depressione o ansia, e molto spesso gli insegnanti non ricevono alcun tipo di insegnamento su come relazionarsi con gli studenti malati e le loro famiglie, né su come affrontare il tema della malattia mentale all’interno della classe.

L’associazione britannica Times to Change, che fa parte della Global Anti-Stigma Alliance, sta portando avanti una campagna volta a sensibilizzare studenti e insegnanti sul tema della malattia mentale. Gli obiettivi principali che vengono portati avanti sono tre:

  • Parlare della malattia: anche nelle scuole in cui sono presenti programmi di educazione sessuale ed educazione alla salute, raramente si parla di malattie mentali. Molto spesso gli adolescenti non sono consapevoli di avere un problema, e decidono di tenere duro sperando che il disagio passi. Fare informazione in maniera aperta e priva di giudizio potrebbe portare gli adolescenti a una maggiore consapevolezza di ciò che vivono.
  • Imparare a riconoscere i segnali di rischio: per gli insegnanti è facile vedere se uno studente ha un problema fisico, in modo da poter avvertire i genitori; molto più difficile è invece capire se uno studente ha un problema mentale. Molti ragazzi infatti diventano bravi a nascondere i propri sintomi e a far credere che vada tutto bene, facendo passare in sordina il proprio disagio e perdendo così la possibilità di essere aiutati.
  • Imparare a relazionarsi con gli studenti malati: anche quando uno studente e la sua famiglia trovano la forza di ammettere la malattia di fronte agli insegnanti, questi ultimi raramente sanno cosa fare: alcuni per l’imbarazzo evitano completamente l’argomento, altri invece provano a “spronare” il malato in un modo che può essere anche controproducente.

Sebbene questi punti di discussione siano stati elaborati in modo specifico per le scuole, possono essere applicabili anche in altri contesti: in particolare, i familiari e gli amici di coloro che soffrono di malattie mentali potrebbero beneficiare da un programma specifico che li aiuti a trovare il miglior modo di supportare i loro cari, senza giudicarli e allo stesso tempo senza prendersi carico delle responsabilità che dovrebbero spettare solo a un professionista.

I professionisti della salute mentale

Innanzitutto bisogna fare una differenza tra la malattia mentale vera e propria, che richiede l’intervento di un medico psichiatra ed eventualmente la somministrazione di farmaci, e i momenti di disagio e difficoltà che capitano a tutti almeno una volta nella vita, durante i quali si può beneficiare dell’aiuto di uno psicologo. Vediamo dunque quali sono i principali professionisti che si occupano di salute mentale, e qual è la differenza:

  • Psicologo: lo psicologo è laureato in Psicologia e iscritto, dopo aver superato l’esame di Stato, all’albo degli Psicologi. Il compito dello psicologo è quello di effettuare colloqui di sostegno e fare consulenze diagnostiche e psicologiche. Non può somministrare farmaci né attuare una terapia psicologica.
  • Psicoterapeuta: lo psicoterapeuta è laureato in Medicina o Psicologia, e dopo la laurea segue un corso di formazione quadriennale in Psicoterapia riconosciuto dal MIUR. Si occupa di disturbi di natura psicopatologica, e può prescrivere farmaci esclusivamente se è medico.
  • Psichiatra: lo psichiatra è un laureato in Medicina che dopo la laurea segue un corso di specializzazione quadriennale in Psichiatria. Può prescrivere farmaci, e si occupa delle malattie mentali vere e proprie come schizofrenia, disturbi d’ansia e così via. Lo psichiatra tratta i disturbi mentali dal punto di vista medico, puntando a ristabilire la fisiologia del malato; nel caso in cui non lo sia, può farsi affiancare da uno psicoterapeuta in modo da attuare sia una terapia farmacologica che una psicoterapia.

Queste sono le uniche tre figure che in Italia si occupano della salute mentale.

Diffidate dunque di non meglio specificati “terapeuti”, “motivatori” o “life-coach” senza una laurea a confermare la loro preparazione; affidarsi a qualcuno che non è un professionista può, nel tempo, causare un danno maggiore che se non ci si fosse mai affidati a qualcuno. Prestate attenzione anche agli psicologi che vogliono indurvi a prendere farmaci, magari prescritti da un medico di loro fiducia.

Ricordate inoltre che un professionista serio ha a cura la vostra salute mentale, e non il proprio beneficio personale: se uno psicologo riconosce che avreste bisogno di uno psichiatra, sarà il primo a farvelo presente, e allo stesso modo se uno psichiatra riterrà necessario un percorso psicoterapeutico vi inviterà a intraprenderlo. Perciò, se non siete certi di quale professionista sia la migliore soluzione per voi, potete rivolgervi a uno studio polifunzionale – nel quale esercitino sia psicologi che psichiatri – oppure all’ASL di competenza che saprà indirizzarvi.

Sebbene per accedere a una prestazione specialistica sia generalmente necessaria un’impegnativa del medico di base, è possibile prenotare una consulenza psicologica anche rivolgendosi a un consultorio familiare: sebbene comunemente si pensi che eroghino servizi soltanto agli adolescenti, o limitatamente alla sfera sessuale e riproduttiva, molti consultori offrono anche consulenza psicologica a costi ridotti o anche gratuitamente. Bisogna però tenere presente che dal momento che offrono solo una consulenza, non è possibile avviare in un consultorio una terapia psicologica a tempo indeterminato, della quale invece si occupa il dipartimento di Salute Mentale della ASL di competenza. Nel caso in cui sia necessario, gli psicologi di un consultorio saranno tuttavia in grado di indirizzare i pazienti verso il tipo di professionista più adatto.

Gli psicofarmaci

Uno dei tabù più grandi della nostra società è quello riguardante gli psicofarmaci: la percezione comune è infatti rimasta ferma a diverse decine di anni fa, quando gli psicofarmaci in commercio erano pochi, rudimentali e con forti effetti collaterali. Molto spesso i pazienti stessi sono riluttanti ad assumere psicofarmaci, con diverse motivazioni: tra le più frequenti vi è quella di non sentirsi più se stessi, e di avere paura di cambiare carattere, ma spesso vi è anche la volontà di non dipendere a vita da un farmaco o la paura degli effetti collaterali.

Oggi vi sono moltissimi tipi di psicofarmaci, e bisogna scegliere insieme al proprio medico il migliore per le proprie esigenze, tenendo conto dei possibili effetti collaterali che comunque sono incredibilmente ridotti rispetto al passato (spesso la paura è un tratto caratterizzante di molti problemi psicologici).

A differenza che nelle epoche passate, oggi sappiamo che la malattia mentale è causata anche da disfunzioni fisiche: i neurotrasmettitori e le altre molecole all’interno del cervello non funzionano come dovrebbero, e i farmaci aiutano a ristabilire l’equilibrio fisiologico, esattamente come l’insulina aiuta a controllare il diabete.

La malattia mentale in ambito lavorativo

Un altro mito da sfatare è l’idea che chi soffre di una malattia mentale sia inabile al lavoro: sebbene possa essere vero in alcuni casi, non lo è in generale. Le malattie mentali sono considerate dal sistema sanitario e previdenziale italiane analogamente a quelle fisiche, e dunque è possibile, dietro certificazione del medico psichiatra, assentarsi dal lavoro per malattia. Bisogna però tenere presente che anche in questo caso vale la necessità di essere a casa negli orari di reperibilità per le visite fiscali. È inoltre possibile avere riconosciuta l’invalidità civile per disabilità psichica, con la conseguente iscrizione alle categorie protette per quanto riguarda l’inserimento lavorativo.

Vi sono, naturalmente, alcune tipologie di lavoro che richiedono un certificato di identità psicofisica ed attitudinale che tenderebbe a escludere coloro che soffrono di patologie psichiche; si tratta di lavori nei quali però verrebbero escluse anche persone che soffrono di malattie fisiche, come ad esempio nell’ambito delle forze dell’ordine, i piloti di aeroplani e così via.

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