L’importanza di saper essere “adattivi” nella società

In quasi tutte le specie animali, i primi mesi dopo la nascita sono fondamentali per lo sviluppo del cucciolo: un cucciolo di cane o di gatto, ad esempio, impara dai genitori a giocare con i fratellini senza far loro male, impara a comunicare con gli adulti e a rispettare le “regole” del branco.

Esattamente allo stesso modo, l’uomo conduce una vita sociale: un neonato quindi deve apprendere dunque non solo ciò che gli serve dal punto di vista fisico – parlare, camminare, correre – ma deve anche imparare tutta una serie di regole che gli servono per inserirsi nella società. Questo tipo di apprendimento si chiama comportamento adattivo: si tratta dei comportamenti e delle attività che un individuo deve svolgere per inserirsi nel suo contesto sociale, creandosi una sua autonomia e soddisfacendo le attese della società relativamente alla sua età e al suo ruolo.

Sebbene inizialmente i deficit del comportamento adattivo fossero pienamente associati con il ritardo mentale, oggi sappiamo che il comportamento adattivo e l’intelligenza sono due aspetti separati, seppure in relazione: ad esempio alcune condizioni neurologiche, come ad esempio l’autismo, influenzano negativamente il primo senza avere alcuna influenza sulla seconda. Secondo le linee guida elaborate negli anni 60 dall’AAIDD (American Association on Intellectual and Developmental Disabilities), nella valutazione di un ritardo mentale vanno considerati sia i deficit di intelligenza sia i deficit nel comportamento adattivo.

Il comportamento adattivo dipende dall’età e dal contesto: alcuni comportamenti considerati adattivi ad una certa età, o in un determinato contesto, possono risultare disadattivi in un’altra situazione: ad esempio, se un bambino di 6 mesi mette in bocca un oggetto, si tratta di un comportamento tipico e appropriato per la sua età. Se lo fa a 6 anni, invece siamo in presenza di un comportamento disadattivo. Ci sono quattro dimensioni principali utilizzate per valutare il comportamento adattivo: la comunicazione, la socializzazione, la cura di sé e le abilità motorie.

Così come un cucciolo di cane o di gatto separato troppo presto dai genitori rimane per tutta la vita “asociale” e incapace di comunicare con i membri della sua specie, allo stesso modo un bambino che non venga adeguatamente fatto socializzare imparerà con estrema difficoltà a muoversi nella società e ad acquisire un ruolo adeguato. A differenza degli altri animali, però, gli umani non hanno un solo contesto sociale. Quando il contesto sociale cambia, bisogna sviluppare nuovi comportamenti adattivi relativi alla nuova situazione: ad esempio trasferendosi da un paese all’altro, o più semplicemente passando dal mondo della scuola a quello del lavoro.

Il modo migliore per essere davvero adattivi, dunque, è quello di confrontarsi con il maggior numero possibile di contesti sociali diversi: bisogna dunque evitare di chiudersi a riccio nel contesto che ci è più familiare e conosciuto, come ad esempio la propria famiglia, per imparare a conoscere società e culture diverse. Una delle ragioni per cui si consiglia di far fare sport ai bambini è proprio questa. Spesso i genitori hanno paura di sbagliare nell’educazione dei figli, in alcuni casi temono di “contagiare” ai figli aspetti di loro stessi che non gli piacciono, oppure provano a difenderli inserendoli in una campana di vetro. La cosa migliore da fare è lasciare che affrontino, a poco a poco, i diversi contesti sociali.

Oggi tutto ciò è molto più facile, non solo grazie alla grande possibilità di viaggiare, ma anche grazie al fatto che contesti sociali diversi coesistono negli stessi luoghi: molte scuole, ad esempio, offrono la possibilità di svolgere stage nelle aziende, e nelle nostre città fioriscono ristoranti etnici, corsi sportivi e altre attività grazie alle quali possiamo espandere i nostri orizzonti: in questo senso una buona opzione può essere quella delle arti marziali, che forniscono un contesto rigidamente strutturato e comunque diverso da qualsiasi altro si possa incontrare nella vita quotidiana.

Nella vita reale, non possiamo applicare lo stesso set di regole (o comportamento) a qualsiasi situazione (Cesare Giacobbe, nel libro “Le coccole perdute” spiega come chi ci prova in maniera eccessiva potrebbe dover smussare alcuni spigoli caratteriali): se tuttavia impariamo a muoverci in molte situazioni diverse, possiamo poi applicare un ragionamento di tipo induttivo per elaborare una strategia che abbia una buona probabilità di successo in un ambiente a noi sconosciuto. Tutto questo non può avvenire se non usciamo mai dal nostro guscio, o se decidiamo di rimanere rigidi e fermi sulle nostre posizioni: adattamento e integrazione sono due aspetti dai quali oggi non si può prescindere, pena l’esclusione sociale dalla comunità. Non a caso la parola stessa, adattarsi, si lega fortemente alle scoperte di Darwin in tema di selezione naturale. Per fortuna oggi nessuno rischia più la vita se è troppo mentalmente rigido!

Nonostante ci sia ancora molta ignoranza nei riguardi della psicologia, gli psicologi distinguono tra tratti e disturbi di personalità. I primi sono presenti in chiunque e non sono qualcosa di giusto o sbagliato, sono il modo in cui noi esseri umani siamo fatti. Se particolarmente marcati tuttavia potrebbero renderci “spigolosi” e portarci a biasimare gli altri perchè non ci vengono incontro. Spesso si tende a pensare: “chi mi ama mi segua” e non c’è assolutamente nulla di “sbagliato” (gli psicologi direbbero disfunzionale) in questo pensiero. Ma in alcuni casi tale massima può penalizzarci: se non riusciamo a sentirci a nostro agio nel mondo, sperare che il mondo intero migliori per venirci incontro può farci soffrire ed è impressionante quante risorse uno psicoterapeuta, un counselor o un libro di crescita personale possa utilizzare per aiutarci a star meglio.

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