Faber test prove allergiche
Francesca Limoni
Francesca Limoni

Cura tumore al seno: nanoparticelle iniettabili di doxorubicina

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INPG-pDOX: Non sono lettere battute a caso ma una speranza – forse una promessa – per molti pazienti oncologici. INPG sta per “injectable nanoparticle generator” ovvero è una matrice per generare nanoparticelle “iniettabili”. PDOX invece è l’acronimo di doxorubicina, un potente antibiotico antitumorale ad ampio spettro che clinicamente viene utilizzato per la cura di neoplasie. Insieme “danno” l’INPG-pDOX. Un potente tecno-farmaco in grado di curare e spesso guarire diverse neoplasie maligne (fino a qualche anno fa solo nelle cavie da laboratorio ma prossimamente anche con i primi trial clinici su pazienti).

L’efficacia degli attuali farmaci anticancro ha purtroppo una grossa limitazione: A causa delle modalità di somministrazione (orale o per iniezione) e della biologia umana non riescono a raggiungere e penetrare con concentrazioni ottimali la sede del cancro e le sue metastasi. Per rimediare a questa problematica spesso si ricorre a dosi che superano i limiti terapeutici con tutte le conseguenze fisiologiche del caso.

INPG-pDOX invece bypassa questo limite, permettendo di rilasciare la doxorubicina solo nelle cellule tumorali. Avvicinandosi direttamente al nucleo delle cellule neoplastiche.

Come funziona il mix tra doxorubicina e nanotecnologie?

Volgarmente, la matrice iNPG, costituita da particelle discoidali di dimensioni nanometriche, viene “caricata” con i farmaci chemioterapici. In particolare viene coniugata la doxorubicina ad una forma enatiomera L dell’acido glutammico attraverso un collegamento recidibile e pH-sensibile.

La Doxorubicina, come accennato precedentemente, è un antibiotico che svolge la sua funzione legandosi al DNA delle cellule ed impedendo la sintesi degli acidi nucleici e della mitosi provocando deformazioni cellulari che “uccidono” la cellula. E’ un farmaco non fase-specifico (che quindi esercita la sua funzione in maniera costante) e che presenta anche capacità antibatteriche ed immunosoppressive che lo rendono assolutamente non esente da effetti collaterali anche gravi; problematiche che verrebbero in parte risolte proprio grazie alla tecnologia iNPG-pDOX.

Si eviterebbero così effetti collaterali a livello cardiaco (la DOX ha un’alta affinità con le cellule cardiache) che spesso richiedono altre cure a discapito della salute generale del paziente. Quando l’iNPG-pDOX viene iniettato endovena nel paziente spontaneamente si solubilizza nel plasma sanguigno ed a causa del naturale tropismo (In farmacologia, la tendenza a accumularsi prevalentemente in determinati organi o apparati) si accumula nelle sedi tumorali dove rilascia il farmaco chemioterapico grazie ad un cambio di pH, permettendo così una iniezione in loco in grado di migliorare la risposta positiva del trattamento. Normalmente circa una parte su mille di farmaco raggiunge la sede tumorale. Con questo trattamento sarebbe possibile diminuire le dosi di decine di volte, riducendo gli effetti collaterali in maniera esponenziale.

Detta in parole povere, questo nuovo tecno-farmaco è in grado di selezionare e bersagliare i tumori evitando il più possibile le cellule sane e superando i limiti biologici che oggi diminuiscono l’efficacia dei trattamenti.

Efficacia

Comparando questa terapia con la sola Dox in laboratorio ha evidenziato una grande efficacia nel trattamento nel MDA-MB-231 (Adenocarcinoma mammario con metastasi, triplo negativo e senza una efficace cura) e nel 4T1 (Altro tipo di carcinoma mammario) nei topi, con un 30-40% di casi di completa guarigione da metastasi. Una traduzione in 20 anni in più di aspettativa di vita per i pazienti oncologici umani.

Il farmaco è in grado di penetrare direttamente all’interno delle metastasi causate dal tumore al seno e sparse in organi come polmoni e fegato, distruggendole definitivamente. AGisce così sulla produzione di anticorpi.

Come mostrano questi grafici è evidente che nella comparazione tra i vari metodi quello più promettente è quello con l’iNPG-pDOX, e sicuramente anche gli altri “metodi” (che comunque sono evoluzioni di queste ricerche) sono molto più efficaci della solo DOX (che nei grafici è evidenziata in rosso e che mostra una minore recettività neoplastica).

Circa il 50% delle cavie raggiunge infatti la completa guarigione, con un equivalente umano di oltre vent’anni di vita senza evidenza di tumore residuo”.  ”Non farei mai promesse eccessive alle migliaia di malati di cancro, ma i risultati sono sbalorditivi – sottolinea Ferrari -. Stiamo parlando infatti della possibilità di arrivare alla cura dei tumori metastatici”.

Ma chi dobbiamo ringraziare?

La ricerca è stata svolta negli USA. Precisamente a Houston, nel Methodist Research Institute e della Alliance for NanoHealth da un team di scienziati capitanati da un nostro connazionale nonché amministratore e presidente delegato dell’istituto: Mauro Ferrari, un ricercatore con due lauree, una in matematica ed una in medicina. Questa ricerca è stata possibile grazie a 25 anni di duro lavoro e con non poche sconfitte e delusioni. I test clinici dovrebbero iniziare quest’anno. Tutto dipende dalla Food and Drug Administration, l’ente che si occupa delle autorizzazioni dei farmaci e dei test clinici, l’equivalente dell’Agenzia del Farmaco italiana, che se gestirà celermente la situazione dovrebbe permettere i primi test su umani (sulle donne con carcinoma mammario triplo negativo) entro la fine dell’anno.

L’importanza di questa innovazione ha grandissime aspettative nel campo della medicina non solo oncologica: Apre la strada a nuove ed innovative tecnologie farmacologiche che potrebbero estendersi ben oltre la cura del cancro mammario. Utilizzando questo approccio è teoricamente possibile colpire anche il tumore al polmone e in un futuro prossimo anche altri tumori o altre patologie.

Grazie alla collaborazione di ricercatori che lavorano e si occupano dei campi più diversi quali la  nanotecnologia e la biologia è possibile raggiungere traguardi che fino ad oggi erano impensabili. Fa molto piacere sapere che la ricerca è stata guidata da un nostro connazionale ed è eccezionale sapere che in qualche modo anche la formazione di base di Mauro Ferrari è made in Italy. (Vedi anche: tumore alla prostata)

Vedi anche: come rassodare il seno in modo naturale

 

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