Migliorare le proprie competenze per ritrovare la strada del lavoro

Si fa un gran parlare di disoccupazione giovanile, con il corollario di dati sempre più preoccupanti, ma si parla sempre troppo poco delle ricette per ridurla. In Italia, siamo alle prese da almeno 16 anni con un tasso di disoccupazione giovanile crescente: dall’inizio del nuovo millennio, tra il 2000 ed il 2016, l’occupazione giovanile si è ridotta dell’11%. La ricerca  “Preventing ageing unequally”  presentata solo qualche giorno fa dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, fotografa l’Italia come un paese sempre più vecchio, in cui la popolazione più giovane lavora sempre meno ed è sempre meno retribuita rispetto a quella più anziana.

Dati preoccupanti su cui anche il Governo sta riflettendo seriamente, in vista dell’approvazione della nuova legge finanziaria per il 2018. Se il testo di Palazzo Chigi dovesse passare indenne l’esame del Parlamento, per favorire l’occupazione giovanile saranno introdotti nuovi incentivi. I datori di lavoro privati che stipuleranno un contratto a tutele crescenti con giovani fino a 29 anni potranno infatti contare su uno sgravio triennale: l’esonero dal versamento del 50% dei contributi previdenziali, nel limite di 3.250 euro annui. Per il solo 2018 inoltre, l’incentivo sarà riconosciuto anche per le assunzioni di chi ha fino a 34 anni.

Ma bastano gli incentivi alle aziende per ridurre la disoccupazione giovanile? Se guardiamo al recente passato la risposta è no. C’è infatti un grande equivoco di fondo sui motivi che hanno portato l’Italia ad avere un tasso di disoccupazione così elevato tra i più giovani. Per anni, nonostante le puntuali “denunce” di Unioncamere, è stato ignorato il mismatching tra domanda e offerta di lavoro. Ci dunque candidati disponibili al lavoro i cui profili non collimano con le richieste delle aziende, tanto che ogni anno quasi 200mila posti di lavoro restano vacanti. Perché questi profili professionali non piacciono alle aziende? Perché molti tra loro non hanno aggiornato le proprie competenze, nemmeno frequentando un corso d’inglese online o un corso breve per imparare l’utilizzo di un nuovo software.

Considerare questo aspetto poco conosciuto del mercato del lavoro italiano ci fa tornare all’importanza dell’aggiornamento delle competenze per migliorare l’occupabilità. Dovrebbero capirlo anche dalle parti di Palazzo Chigi, destinando maggiori risorse a programmi informativi per far comprendere a tutti l’importanza dell’aggiornamento delle competenze. I soldi ci sono, perché sono quelli che l’Unione Europea già stanzia per il Fondo Sociale Europeo. In seguito alla raccomandazione del Consiglio d’Europa del dicembre 2016, questi fondi devono essere destinati a percorsi di riqualificazione professionale per disoccupati, in particolare per coloro che hanno basse competenze di base.

Tuttavia, chi è disoccupato può muoversi in autonomia per fare un buon bilancio delle proprie competenze e scegliere quali aggiornare. Basta il supporto di un orientatore professionista per capire se le competenze di base possedute sono adeguate al mercato del lavoro attuale. Pensiamo alle competenze linguistiche: la buona conoscenza dell’inglese, ad esempio, è ormai imprescindibile nella gran parte dei contesti professionali, dall’ufficio commerciale estero all’accoglienza in hotel solo per fare due esempi.

L’aggiornamento delle competenze linguistiche, oggi, è molto più semplice che in passato. Ad esempio è possibile seguire un corso d’inglese online. Un corso d’inglese online può essere una buona scelta per chi non ha grandi budget economici da investire per corsi di formazione in aula, dove occorre raggiungere un luogo magari piuttosto distante dalla propria abitazione. Sembra un suggerimento banale, ma seguire un corso d’inglese online, facilmente fruibile, può essere il primo passo di un più ampio percorso di miglioramento delle competenze.

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